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JAZZ - 27/12/2011INTERVISTE

Paolo Fresu, esploratore di territori sonori

Pier Luigi Fuggetta

Paolo Fresu è uno di quei musicisti “curiosi” per natura, tra i massimi artisti che il nostro Paese possa vantare. Molto conosciuto ed apprezzato in tutta Europa, con la sua tromba dallo stile personalissimo e dal fraseggio impeccabile ha sempre privilegiato, oltre all’amato jazz, i suoni del mondo, diventando, come pochi altri, un musicista completo. Innumerevoli sono i riconoscimenti internazionali che ha ricevuto per le sue doti tecniche ed espressive, oltre ad aver collaborato con moltissimi colleghi di tutto il mondo. Sabato 17 dicembre ha suonato al Castello di Rivoli per la stagione concertistica dell’Istituto Musicale della città, recentemente intitolato a Giorgio Balmas. A margine del concerto, dopo le prove, ci ha rilasciato un’intervista.

Quest’estate, per festeggiare i tuoi cinquant’anni, hai fatto 50 concerti consecutivi in Sardegna, stabilendo sicuramente un record. Che esperienza è stata e quali ricordi e riflessioni ti ha generato?

È stata un’esperienza molto forte e straordinaria. Adesso stiamo lavorando su un cofanetto di 5 cd, 50 brani, uno per ogni concerto, un libro fotografico. Una sfida a me stesso, con 250 musicisti, luoghi irraggiungibili, un lavoro sulle energie, sulla solidarietà e, con mia grande sorpresa, nonostante il budget ridottissimo, abbiamo ricevuto più di quanto mi aspettassi.

Quanto è stata importante, per la tua formazione di musicista, la figura di Miles Davis?

Sicuramente, per me, è stato una sorta di padre spirituale, nel libro che ho scritto per Feltrinelli lo spiego diffusamente dedicando un capitolo a lui. Lo considero uno dei più grandi artisti del 900 in assoluto, un musicista che è riuscito ad andare oltre il suo strumento, un visionario che ha aperto delle porte, come pochi altri. Il suono che riesce ad esprimere in “Kind of Blue”, ad esempio, uno dei dischi più importanti nella storia del jazz, è stupefacente. Pur avendo nel tempo affinato un mio stile, Davis è sicuramente un punto di riferimento fondamentale per me e certo per tantissimi altri jazzisti.


Sei sempre stato un grande alchimista di suoni e uno sperimentatore di musiche di ogni parte del pianeta, pensi che la musica abbia una componente mistica?

Sicuro, e la percepisco sempre di più e l’ho sperimentato con tanti musicisti, come ad esempio Omar Sosa. Credo che questa componente spirituale e religiosa sia più sentita ed espressa in Oriente più che da noi in Occidente. Tanti musicisti, tra cui due geni come Coltrane e Davis, negli ultimi anni della loro vita hanno creato brani di matrice orientale. Naturalmente, questa percezione si avverte moltissimo nella “terra madre” che è l’Africa, vera radice dei suoni caratteristici del jazz.

Che musica ascolti ultimamente?

Oltre ad ascoltare molta musica jazz, che mi viene inviata da giovani jazzisti, ascolto tanta classica, e in particolar modo barocca, poi etnica, brasiliana, jazz d’annata e poco rock.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

A gennaio uscirà un mio disco con Omar Sosa e Jacques Morelenbaum dal titolo “Alma”, poi forse realizzerò un disco per la Ecm, un audio-libro per bambini - a scopo benefico, per raccogliere fondi per l’infanzia - con musiche curate da me e mia moglie; proseguirò, naturalmente, il mio festival di Berchidda che il prossimo anno festeggia la 25ª edizione, quindi i seminari di Nuoro e tanti concerti in giro per il mondo.


L’intervista con Paolo Fresu termina qui, ma chiacchierando con lui si ha la netta sensazione di trovarsi davanti ad un musicista ispirato, curioso del mondo, uno di quei musicisti di cui si va fieri per la sua italianità e contemporaneamente per la sua capacità di esprimersi e duettare con musicisti di tutto il pianeta. Capace anche, all’occorrenza, di riempire solitario la scena - come ha ampiamente dimostrato nel concerto di Rivoli dal titolo “… a solo” - per una performance in cui si è esibito con la sua tromba, il suo flicorno e le basi. Tra quest’ultime vi erano tracce del suo amato Miles Davis e di Sakamoto; tra i tanti brani suonati vi è stato anche un pezzo con la voce fuori campo di Lella Costa che ha letto un brano di uno scrittore sardo. Il concerto rivolese, come spesso accade da un po’ di anni, ha compreso brani di tutti e cinque i continenti, con bis finale riservato ad uno standard tipico del jazz quale è “’Round Midnight” di Thelonious Monk. Il pubblico ha ringraziato Fresu per il calore della sua musica con un grande applauso.




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