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IL CASO - 22/06/2014L'INTERVENTO DI...

Lo Stato non paga, le imprese falliscono

Vito Piepoli

Lo Stato paga i propri debiti ancora troppo in ritardo mettendo a rischio fallimento le aziende che lavorano per il settore pubblico.
I tempi massimi di pagamento stabiliti a livello europeo variano tra i trenta e i sessanta giorni ma le nostre pubbliche amministrazioni impiegano il triplo del tempo a saldare i conti con i fornitori. Centosettanta giorni in media che salgono a duecentodieci giorni, sette mesi nel caso di lavori pubblici.
Per questo la Commissione Europea su proposta del responsabile del Settore Industria, Antonio Tajani, ha aperto una procedura di infrazione contro l’Italia perché non applica correttamente la direttiva comunitaria sui pagamenti.
Non è la prima volta che il Paese finisce nel mirino di Bruxelles per questi motivi.
Bruxelles invierà una lettera di messa in mora al Governo italiano, primo passo della procedura. Una volta ricevuta la missiva, il governo avrà due mesi di tempo per rispondere. Se non riuscirà a fornire motivazioni convincenti partirà la procedura vera e propria che può costare milioni in sanzioni annuali alle casse dello stato.
E nel frattempo altre aziende avranno chiuso o altri imprenditori e/o piccoli lavoratori autonomi si saranno suicidati?
Il Consiglio dei Ministri ha approvato un piano che prevede di saldare, entro settembre, tutto lo stock didebiti.
La nuova procedura varata dal governo stabilisce che tutte le fatture delleimpreseverso lapubblica amministrazionesaranno caricate su una piattaforma elettronica di certificazione. LaPApotrà pagarle entro 60 giorni, contestarle o certificarle immediatamente.
Ottenuta la certificazione, l’impresapotrà cedere il credito a una banca con la formula del pro soluto. L’istituto di credito anticiperà la somma al posto dellaPAe poi si rivarrà su quest’ultima. In altre parole, la banca diverrà creditore dellaPAsostituendosi all’azienda e subentrando anche nel rischio di insolvenza da parte dellaPA.
Secondo Luigi Scipione, docente universitario e membro del Comitato di presidenza diUnimpresa, per risolvere il problema bisognerà puntare sull’autocertificazione.
Perché “nonostante gli auspici è assai probabile che tali attese saranno deluse. In realtà si accumulerannoancora ritardi significativi. Le principali difficoltà nel riconoscere tali crediti nascono dal fatto chebuona parte di essi sono iscritti fuori bilancio. Da qui l’impossibilità degli enti pubblici diriconoscere sic et simpliciter ildebitoa favore dell’impresafornitrice”.
Non solo, sempre secondo Scipione, il persistere di resistenze alla soluzione del problema va individuato nel conflitto che si trascina daanni tra la Ragioneria dello Stato, che aderisce a una interpretazione restrittiva del problema, ecoloro che, al contrario, propendono per una estensiva.
Eppure, per il membro di Unimpresa, la ricetta per uscire da questa situazione di impasse è semplice. Per aggirare gli ostacolifrapposti dalla burocrazia sarebbe sufficiente inserire il meccanismo dell’autocertificazione da partedelleimpresedei crediti vantati verso laPA, allegando la relativa fattura. Questa soluzione è stata,peraltro, adottata con successo in Spagna.
Infine un po’ di dati sui debiti PA in base ad una analisi di Unimpresa.
Sugli arretrati le aziende perdono 5,5 miliardi l’anno di interessi.
L’analisi stima la perdita di interessi per leimpreseconteggiando sia quelli non riconosciuti da amministrazioni statali e locali sulle fatture non saldate, sia quelli che le stesseimprese sono costrette a pagare alle banche sui crediti richiesti per coprire la mancanza di liquidità. Quindi oltre il danno anche la beffa.
In media ogniimpresaitaliana vanta crediti con lapubblicaamministrazioneper oltre 322 mila euro. Ammonta a 69,5 miliardi di euro lo stock didebitidellapubblicaamministrazioneverso leimpresee vale circa 5,5 miliardi la perdita virtuale di interessi che grava sulle stesse aziende a causa dei ritardi nei pagamenti dellaPA.
Sono oltre 215 mila leimpreseitaliane creditrici dello Stato e degli enti locali, con una media di arretrati pari a oltre 322 mila euro. La media degli interessi non incassati da ciascunaimpresaè dunque pari a più di 25 mila euro l’anno.
Tutto ciò, nonostante i 21,5 miliardi pagati nel corso degli scorsi mesi dalla PA, per cui il debito pubblico nei confronti delle imprese è sceso da 91 miliardi a 69,5 miliardi.
L’analisi diUnimpresa è basata su dati del Ministero dell’Economia, dell’Istat e della Banca d’Italia.
Nel dettaglio, nell’industria è pari all’1,2% la quota diimpresein credito con lo Stato. Questo vuol dire che ci sono 5.436 aziende che aspettano di veder saldata una fattura.
Nel comparto delle costruzioni (edilizia e ristrutturazioni) la quota diimpresein attesa è pari al 16,2%, che equivale a 100.926 aziende.
Il record è nei servizi, dove sono 109.131 (il 3,3% del totale del settore) leimpresea cui lo Stato centrale o gli enti locali e territoriali (regioni, province e comuni) devono riconoscereuncorrispettivo.
Complessivamente, dunque, sul totale delleimpreseitaliane (4.383.000) il 4,9% è creditore dellapubblicaamministrazione.
215.493 aziende, insomma, corrono il rischio di licenziare i dipendenti, di chiudere in perditaunbilancio, di avviare una procedura di crisi, di trovarsi in una pericolosa condizione di insolvenza o, ipotesi peggiore, di imboccare la strada del fallimento.

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