"Nel ventaglio di luce
che la corte dell'antico episcopio inalba, in geometrica teoria di scale,
volute ed antiche mura, era una stanza candida, povera di mobilio: un tavolino,
due sedie uno scaffale; alla parete un'immagine gualcita del miracolo di San
Verano. Lì, infiniti momenti una donna trascorse, lievi le dita a correre con
l'ago orditi bianchi di lino e seriche stoffe, offrendo a chi lo chiedesse
l'incanto racchiuso in misteriose sale..."
Mitica figura quella del custode; suo, da tempo immemore, l'onere della tutela
e della sorveglianza, avendo cura di qualcuno o qualcosa. Presenza rassicurante
e discreta, ad esso l'umanità riconobbe un che di divino. Così, nel pantheon
romano, custode dell'universo era il dio Giano, sovrano d'ogni cominciamento,
nume bifronte che apriva e chiudeva le porte del cielo. Allo stesso modo, per
anni, mano di donna aprì e serrò le porte che invitano o arrestano i passi
sulla soglia di un vecchio Museo.
Creatura solare, amante dell'arte, a lungo celebrò il sacro rito dell'accoglienza.
E come sacerdote alle falde del monte Tabor, pronto a condurre il pellegrino
oltre la Porta
del Vento, ogni volta lei accolse come dono quella trasfigurazione che bellezza
operava nelle sale, adombrata in dipinti e preziosi manufatti. Tele, argenti e
ceramiche il suo pane quotidiano, come sua la liturgia della parola; poiché
nessuna cosa è dove manchi la parola. E, lenta, dispiegando sorrise
riflessioni, sempre sollecitò la mente ad indagare, a scoprire, a cercare
ancora.
Per chi non la conoscesse, semplice guida, persona incaricata di sovrintendere
e sorvegliare, avendo cura che nulla sparisse di quanto esposto, nessuno
danneggiasse. Ma per chi la conobbe, per quanti appresero l'amore del museo
attraverso i suoi occhi, lei fu la Signora Dina, Dina per gli amici e per quanti,
come lei, amassero l'arte e tutti quei tesori di bellezza che la città
gelosamente accolse. Giunta da fredde regioni del nord a climi più solari,
giorno dopo giorno apprese l'amore per quella terra, per la sua gente, talora
scabra come le pietre che imbiancano sul ciglio del polveroso sentiero che un
tempo fu la Via Julia,
pure, generosa come lei sola sapeva essere. E a quella ruvida bontà pronta la Signora Dina rispose
offrendo la tenacia e l'impegno, l'entusiasmo e l'intelletto che, vivace,
invitava a parlare, scambiando opinioni, affidando pensieri.
omnis gloria eius ab intus
E davvero tutta la sua bellezza veniva da dentro. Come gomitolo di candido filo
di Scozia, i suoi ricordi, lievi, dipanavano a terra mostrando come Memoria
possa farsi custode del tempo che in essa, vivido, è rattenuto. Nei suoi
racconti la storia più antica della città si sposava a quella del vecchio museo
in un divenire continuo. Ed era storia di uomini e d'arte, di come Fede potesse
ispirare Bellezza, di come l'anima potesse cogliere quel bene che nel bello da
sempre riposa.
Questo e molto altro ancora portò con sé la Signora Dina,
custodendolo gelosamente nello scrigno dorato della memoria. Questo il suo
bagaglio, che lieve depose, giunto il momento di chiudere i battenti e
chiamarsi a riposo. Nessun rimpianto, dopo tanta vita trascorsa a custodire
bellezza, nessuna malinconia per lei, presaga d'una stagione nuova. Certo, meno
luce rifulse nelle antiche stanze, ove le muse riposano alle pareti, ora
specchiandosi nel riverbero di teche accese, ora celate dietro tende e porte
serrate. Quello, per lungo tempo, rimase il regno della Signora Dina, che molto
di sé diede a quanti domandarono, molto ricevendo.
Spontaneo, a lei m'avvinse un sentimento profondo, come profonda la gratitudine
per quel sapere generosamente condiviso, per l'indulgenza con cui, benevola,
accolse puerili entusiasmi a lei stessa già noti poiché in lei palpitava
l'animo di un fanciullo, stesso sguardo incantato, identica curiosità e brama
di scoprire. Dell'infanzia l'innocenza, dell'età la saggezza; due realtà in lei
consonanti, legate al tempo che inesorabile fugge. Nel lago degli occhi, là
dove l'anima si cela, sogguardavano e mute ridevano della vita, del suo
incanto, della sua bellezza. Questa la sua lezione, questo il dono più grande.
Povera cosa il mio grazie, confuso a quello dei tanti visitatori condotti per
mano, lungo i sentieri trasognati del museo, a ragionare con le Sibille, o
rincorrendo Mosé bambino, presso il trono del faraone, nella stanza colorata
degli arazzi.
A lei, che mi fu amica, sorella e madre, il sorriso d'una tenera consuetudine;
la promessa di non lasciare nulla d'intentato; di non perdere lungo il cammino
quella sete di sapere conservando lo stupore e l'incanto che ancora accende lo
sguardo e scompiglia i pensieri.
Oggi che bianca mi volto a guardare le passate stagioni, sulla sua tomba torno
a deporre il fiore del ricordo rinnovando l'antica promessa di custodire quel
gusto dolce amaro per la vita avendo cura di non dimenticare quanto bene faccia
al cuore lasciare talora che il riso risalga il petto, dolcemente schiudendo la
gola.
Patrizia
Valdiserra