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Patrizia Valdiserra - Albenga - pagina dei Pezzi da 90

La Signora Dina

"Nel ventaglio di luce che la corte dell'antico episcopio inalba, in geometrica teoria di scale, volute ed antiche mura, era una stanza candida, povera di mobilio: un tavolino, due sedie uno scaffale; alla parete un'immagine gualcita del miracolo di San Verano. Lì, infiniti momenti una donna trascorse, lievi le dita a correre con l'ago orditi bianchi di lino e seriche stoffe, offrendo a chi lo chiedesse l'incanto racchiuso in misteriose sale..."

Mitica figura quella del custode; suo, da tempo immemore, l'onere della tutela e della sorveglianza, avendo cura di qualcuno o qualcosa. Presenza rassicurante e discreta, ad esso l'umanità riconobbe un che di divino. Così, nel pantheon romano, custode dell'universo era il dio Giano, sovrano d'ogni cominciamento, nume bifronte che apriva e chiudeva le porte del cielo. Allo stesso modo, per anni, mano di donna aprì e serrò le porte che invitano o arrestano i passi sulla soglia di un vecchio Museo.
Creatura solare, amante dell'arte, a lungo celebrò il sacro rito dell'accoglienza. E come sacerdote alle falde del monte Tabor, pronto a condurre il pellegrino oltre la Porta del Vento, ogni volta lei accolse come dono quella trasfigurazione che bellezza operava nelle sale, adombrata in dipinti e preziosi manufatti. Tele, argenti e ceramiche il suo pane quotidiano, come sua la liturgia della parola; poiché nessuna cosa è dove manchi la parola. E, lenta, dispiegando sorrise riflessioni, sempre sollecitò la mente ad indagare, a scoprire, a cercare ancora.
Per chi non la conoscesse, semplice guida, persona incaricata di sovrintendere e sorvegliare, avendo cura che nulla sparisse di quanto esposto, nessuno danneggiasse. Ma per chi la conobbe, per quanti appresero l'amore del museo attraverso i suoi occhi, lei fu la Signora Dina, Dina per gli amici e per quanti, come lei, amassero l'arte e tutti quei tesori di bellezza che la città gelosamente accolse. Giunta da fredde regioni del nord a climi più solari, giorno dopo giorno apprese l'amore per quella terra, per la sua gente, talora scabra come le pietre che imbiancano sul ciglio del polveroso sentiero che un tempo fu la Via Julia, pure, generosa come lei sola sapeva essere. E a quella ruvida bontà pronta la Signora Dina rispose offrendo la tenacia e l'impegno, l'entusiasmo e l'intelletto che, vivace, invitava a parlare, scambiando opinioni, affidando pensieri.
omnis gloria eius ab intus
E davvero tutta la sua bellezza veniva da dentro. Come gomitolo di candido filo di Scozia, i suoi ricordi, lievi, dipanavano a terra mostrando come Memoria possa farsi custode del tempo che in essa, vivido, è rattenuto. Nei suoi racconti la storia più antica della città si sposava a quella del vecchio museo in un divenire continuo. Ed era storia di uomini e d'arte, di come Fede potesse ispirare Bellezza, di come l'anima potesse cogliere quel bene che nel bello da sempre riposa.
Questo e molto altro ancora portò con sé la Signora Dina, custodendolo gelosamente nello scrigno dorato della memoria. Questo il suo bagaglio, che lieve depose, giunto il momento di chiudere i battenti e chiamarsi a riposo. Nessun rimpianto, dopo tanta vita trascorsa a custodire bellezza, nessuna malinconia per lei, presaga d'una stagione nuova. Certo, meno luce rifulse nelle antiche stanze, ove le muse riposano alle pareti, ora specchiandosi nel riverbero di teche accese, ora celate dietro tende e porte serrate. Quello, per lungo tempo, rimase il regno della Signora Dina, che molto di sé diede a quanti domandarono, molto ricevendo.
Spontaneo, a lei m'avvinse un sentimento profondo, come profonda la gratitudine per quel sapere generosamente condiviso, per l'indulgenza con cui, benevola, accolse puerili entusiasmi a lei stessa già noti poiché in lei palpitava l'animo di un fanciullo, stesso sguardo incantato, identica curiosità e brama di scoprire. Dell'infanzia l'innocenza, dell'età la saggezza; due realtà in lei consonanti, legate al tempo che inesorabile fugge. Nel lago degli occhi, là dove l'anima si cela, sogguardavano e mute ridevano della vita, del suo incanto, della sua bellezza. Questa la sua lezione, questo il dono più grande. Povera cosa il mio grazie, confuso a quello dei tanti visitatori condotti per mano, lungo i sentieri trasognati del museo, a ragionare con le Sibille, o rincorrendo Mosé bambino, presso il trono del faraone, nella stanza colorata degli arazzi.
A lei, che mi fu amica, sorella e madre, il sorriso d'una tenera consuetudine; la promessa di non lasciare nulla d'intentato; di non perdere lungo il cammino quella sete di sapere conservando lo stupore e l'incanto che ancora accende lo sguardo e scompiglia i pensieri.
Oggi che bianca mi volto a guardare le passate stagioni, sulla sua tomba torno a deporre il fiore del ricordo rinnovando l'antica promessa di custodire quel gusto dolce amaro per la vita avendo cura di non dimenticare quanto bene faccia al cuore lasciare talora che il riso risalga il petto, dolcemente schiudendo la gola.


Patrizia Valdiserra

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