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CARMAGNOLA - 22/07/2008 ore 14:36ATTUALITA'

Un altro punto di vista: il logo di Palazzo Lomellini va bene così

Fabio Casalis

Il logo è da tenere? Il logo è da buttare? Questo si chiedono da circa un mese i visitatori di Pagina e tutti coloro che sono stati direttamente coinvolti nello scandalo Lomellini.

Dopo la digressione giuridica accusatoria dell’articolo precedente, ora tenteremo una strenua difesa del logo vincitore e del suo autore, nonostante sia ormai assodata la sovrapponibilità dei due loghi protagonisti.

Per farlo abbiamo intervistato Carlo Cibrario-Sent, architetto, da anni dedicato all’attività di creativo. Prima, però, una breve introduzione al nostro ospite.

Nel ’97, agli albori di internet in Italia, raccoglie i primi riconoscimenti sul web: qualche premio per la grafica di alcuni siti e per alcune pubblicità sul web, poi premiato da Tin.it come terza migliore realizzazione grafica in Italia per un sito personale (premiazione conferita allo Smau ’98).
Nel 2000 viene “reclutato” dalla Bibop Research ltd. (oggi Digital Magics con la quale collabora tuttora), società che gli permette di realizzare progetti di grande spessore: art director del portale di economia realizzato dal gruppo Class Editori, Telecom, Milano Finanza. Lavora sui siti di Jovanotti, Articolo 31, Clubnet di Tin.it, Futurshow, Zucchero, Andrea Pezzi e tanti altri. Nel 2001 riceve la proposta di un'altra web agency di primissimo livello nazionale, dove lavora su siti e progetti grafici di notevole importanza. Nel 2002 fonda una società con altri amici con i quali realizza una serie di progetti di livello nazionale, e dal 2004 si mette definitivamente in proprio fondando Free Circles (www.freecircles.com), con la quale realizza progetti grafici, pubblicità e tutto quanto riguarda la comunicazione cartacea, audiovisiva e multimediale.

Carlo Cibrario-Sent si è prestato volentieri a questa chiacchierata, non avendo partecipato al bando indetto dal Comune di Carmagnola e avendo assistito con interesse a tutto l’evolversi della vicenda da un punto di vista esterno.

Una domanda a bruciapelo: il logo è da tenere?

«Certamente sì.»

Per quale motivo ritiene sia giusto tenerlo?

«Primo: perché esistono loghi anche più "importanti" decisamente più brutti, anonimi e "plagiati".
Secondo: perché prima di sassare un logo, occorre informarsi, ragionare e infine, se possibile, capire.»

Cosa ne pensa del logo vincitore?

«Ho visto gli altri loghi relativi alla gara del Lomellini: ne ho visti almeno 5 più belli. Ma non è questo il punto: il logo vincitore ha tutto il diritto di essere il vincitore e il discorso sul "plagio" è esclusivamente "soggettivo": solo chi non ha mai usato un programma di grafica (nella fattispecie Photoshop) può dire "Quello che manca è davvero solo la graffiatura all’interno che simboleggi la L di Lomellini."
Riprendo questo passaggio perché è determinante: come sarebbe a dire "solo"? Manca "solo la L": questa è la negazione assoluta dell'arte e della creatività.»

Quindi secondo lei la “graffiatura”, la L, conferisce abbastanza originalità da poter considerare il logo vincitore un prodotto a sé?

«La "graffiatura" che simboleggia la "L" di Lomellini, in questa realizzazione grafica, è tutto, è il senso del logo, è l'intervento dell'artista, è la manipolazione della materia (in questo caso trattasi di bits, ma poteva essere un blocco di marmo, una fusione di metallo, ecc.) che permette all'autore/artista di trasformare un semplice insieme di numeri, un valore digitale (il valore espresso in 1 e 0 dell'immagine originale) in qualcosa di nuovo, di mai visto, un qualcosa da studiare e imparare, uno scenario affascinante perchè frutto esclusivo dell'intelletto del singolo autore.»

Ma rimane il fatto che, a parte la L, il resto sembrerebbe proprio essere copiato.

«L'autore ha preso un immagine di base (l'immagine citata come fonte del plagio non è altro che una banalissima shape di photoshop, che anche mio figlio di 8 anni sa realizzare in pochi secondi) e ha apportato quelle modifiche che l'hanno resa unica, forte, autosufficiente, dirompente: è proprio nella piccola, minima, infinitesimale modifica digitale che sta la grandezza e l'importanza del risultato.»

Può spiegarci che cosa sono le shape?

«Le shape, semplificando, sono immagini vettoriali predefinite che si hanno a disposizione per "disegnare" con Photoshop. Vanno dal semplice cerchio, all'ovale, al quadrato ecc. fino ad arrivare a forme complesse (stelle, ma anche foglie stilizzate, omini ecc.): naturalmente su internet se ne trovano a migliaia realizzate da varie persone e quindi si può trovare di tutto (animali, automobili, oggetti ecc.), si scaricano e si mettono nella cartellina apposita di photoshop, così si possono utilizzare per realizzare nuove immagini.»

Quindi, se quella è una shape non ha senso la protezione?

«Esattamente. Facciamo un esempio in un altro campo. Qualsiasi chitarrista sa suonare le 7 note diatoniche (con bemolle e diesis), ma pochissimi avrebbero potuto inventare l'assolo di Firth of Fifth ideato da Steve Hackett... qui sta la bravura dell'artista: non "inventare" qualcosa di stupefacente a tutti i costi, realizzando qualcosa di abnorme, ma ricercare la sintesi, sfiorare qualcosa di esistente e restituire qualcosa di nuovo, di mai visto, ma senza strafare.»

Sul sito ungherese però si legge che l’immagine “non può essere utilizzata come logo o come parte di un logo”.

«Quell'immagine è un banalissimo insieme di cerchi, peraltro come già detto già inseriti in una shape di photoshop (cioè un elemento base predefinito che chiunque può utilizzare per realizzare forme più complesse). In sostanza, tornando all'esempio musicale di prima, sarebbe come dire che nessuno può utilizzare le note do-re-mi-fa e la perchè in un sito ungherese un musicista ha depositato un assolo che contiene quelle note...»

A supporto della sua tesi ci sarebbe anche quest’immagine, ancora più elementare, presa dal medesimo sito. Come è possibile accampare diritti su una serie di quadrati bianchi e neri, in tutto e per tutto “classici”?

«Esatto. È proprio questo il punto.»

Ma torniamo alla shape

«Sì. Questi sono alcuni esempi di shape: [1], [2], [3], [4].
Guardando le prime immagini dell'ultimo link e ragionando secondo quanto deriva dall’immagine del sito ungherese, troverete un altro logo plagiato: quello delle Olimpiadi invernali di Torino 2006. Che è invece un logo bellissimo e originale.
Potremmo andare avanti all'infinito. Al mondo esistono centinaia di milioni di loghi composti da cerchi, triangoli, quadrati e rettangoli. Sono le piccole intuizioni che generano loghi originali, non le forme, banali per la loro stessa natura geometrica, che lo compongono!»

Ora la metterò forse in parole troppo semplicistiche, ma da quel che ho capito la sua posizione è che non si può accusare di plagio una persona che ha inventato la pasta secca solo perché un altro ha già brevettato l'acqua bollente".

«Peggio: non si può accusare di plagio uno che prende i fusilli brevettati e li condisce con un sughetto delizioso fatto di capperi, olive, acciughe, pomodoro e pesto genovese...»

E tutto questo sughetto è rappresentato dalla L?

«Esattamente, è la “differenza”, tra quello che era prima e quello che è dopo l’intervento dell’artista (blocco di marmo/scultura, o pasta scondita/condita se preferite).»

La sua posizione è chiara. Cosa pensa che farà l’Amministrazione comunale?

«Su questo mi è difficile esprimere una previsione. Non saprei proprio pronunciarmi… Capisco che il confine è sottile e l’amministrazione potrebbe temere ricorsi, ma la cosa importante è capire che dietro ad un risultato finale c’è un ragionamento che porta ad un’evoluzione e trasformazione della materia iniziale: l’immagine di base fatta di cerchi è la tela, la “L” è l’opera che vi è stata realizzata sopra (e non dimentichiamo la scritta sotto al logo, di cui non si è mai parlato).»


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