Fabio Casalis
Il logo è da tenere? Il logo è da buttare? Questo si
chiedono da circa un mese i visitatori di Pagina e tutti coloro che sono stati
direttamente coinvolti nello scandalo Lomellini.
Dopo la digressione giuridica accusatoria dell’articolo
precedente, ora tenteremo una strenua difesa del logo vincitore e del suo
autore, nonostante sia ormai assodata la sovrapponibilità dei due loghi
protagonisti.
Per farlo abbiamo intervistato Carlo Cibrario-Sent,
architetto, da anni dedicato all’attività di creativo. Prima, però, una breve introduzione al nostro ospite.
Nel ’97, agli albori di internet in Italia, raccoglie i
primi riconoscimenti sul web: qualche premio per la grafica di alcuni siti e
per alcune pubblicità sul web, poi premiato da Tin.it come terza migliore
realizzazione grafica in Italia per un sito personale (premiazione conferita
allo Smau ’98).
Nel 2000 viene “reclutato” dalla Bibop Research ltd. (oggi
Digital Magics con la quale collabora tuttora), società che gli permette di
realizzare progetti di grande spessore: art director del portale di economia
realizzato dal gruppo Class Editori, Telecom, Milano Finanza. Lavora sui siti
di Jovanotti, Articolo 31, Clubnet di Tin.it, Futurshow, Zucchero, Andrea Pezzi
e tanti altri. Nel 2001 riceve la proposta di un'altra web agency di primissimo
livello nazionale, dove lavora su siti e progetti grafici di notevole
importanza. Nel 2002 fonda una società con altri amici con i quali realizza una
serie di progetti di livello nazionale, e dal 2004 si mette definitivamente in proprio fondando Free Circles (www.freecircles.com),
con la quale realizza progetti grafici, pubblicità e tutto quanto riguarda la
comunicazione cartacea, audiovisiva e multimediale.
Carlo Cibrario-Sent si è prestato volentieri a questa chiacchierata,
non avendo partecipato al bando indetto dal Comune di Carmagnola e avendo
assistito con interesse a tutto l’evolversi della vicenda da un punto di vista
esterno.
Una domanda a bruciapelo: il logo è da tenere?
«Certamente sì.»
Per quale motivo ritiene sia giusto tenerlo?
«Primo: perché esistono loghi anche più "importanti" decisamente più
brutti, anonimi e "plagiati".
Secondo: perché prima di sassare un logo, occorre informarsi, ragionare e
infine, se possibile, capire.»
Cosa ne pensa del logo vincitore?
«Ho visto gli altri loghi relativi alla gara del Lomellini: ne ho visti almeno 5
più belli. Ma non è questo il punto: il logo vincitore ha tutto il diritto di
essere il vincitore e il discorso sul "plagio" è esclusivamente
"soggettivo": solo chi non ha mai usato un programma di grafica
(nella fattispecie Photoshop) può dire "Quello
che manca è davvero solo la graffiatura all’interno che simboleggi la L di Lomellini."
Riprendo questo passaggio perché è determinante: come
sarebbe a dire "solo"? Manca "solo la L": questa è la negazione
assoluta dell'arte e della creatività.»
Quindi secondo lei la
“graffiatura”, la L,
conferisce abbastanza originalità da poter considerare il logo vincitore un
prodotto a sé?
«La "graffiatura" che simboleggia la "L"
di Lomellini, in questa realizzazione grafica, è tutto, è il senso del logo, è
l'intervento dell'artista, è la manipolazione della materia (in questo caso
trattasi di bits, ma poteva essere un blocco di marmo, una fusione di metallo,
ecc.) che permette all'autore/artista di trasformare un semplice insieme di
numeri, un valore digitale (il valore espresso in 1 e 0 dell'immagine
originale) in qualcosa di nuovo, di mai visto, un qualcosa da studiare e
imparare, uno scenario affascinante perchè frutto esclusivo dell'intelletto del
singolo autore.»
Ma rimane il fatto che, a parte la
L, il resto sembrerebbe proprio essere copiato.
«L'autore ha preso un immagine di base (l'immagine citata come fonte del plagio
non è altro che una banalissima shape di photoshop, che anche mio figlio di 8
anni sa realizzare in pochi secondi) e ha apportato quelle modifiche che
l'hanno resa unica, forte, autosufficiente, dirompente: è proprio nella
piccola, minima, infinitesimale modifica digitale che sta la grandezza e
l'importanza del risultato.»
Può spiegarci che cosa sono le shape?
«Le shape, semplificando, sono immagini vettoriali predefinite che si hanno a
disposizione per "disegnare" con Photoshop. Vanno dal semplice
cerchio, all'ovale, al quadrato ecc. fino ad arrivare a forme complesse
(stelle, ma anche foglie stilizzate, omini ecc.): naturalmente su internet se
ne trovano a migliaia realizzate da varie persone e quindi si può trovare di
tutto (animali, automobili, oggetti ecc.), si scaricano e si mettono nella
cartellina apposita di photoshop, così si possono utilizzare per realizzare
nuove immagini.»
Quindi, se quella è
una shape non ha senso la protezione?
«Esattamente. Facciamo un esempio in un altro campo. Qualsiasi chitarrista sa
suonare le 7 note diatoniche (con bemolle e diesis), ma pochissimi avrebbero
potuto inventare l'assolo di Firth of Fifth ideato da Steve Hackett... qui sta
la bravura dell'artista: non "inventare" qualcosa di stupefacente a
tutti i costi, realizzando qualcosa di abnorme, ma ricercare la sintesi,
sfiorare qualcosa di esistente e restituire qualcosa di nuovo, di mai visto, ma
senza strafare.»
Sul sito ungherese però si legge che
l’immagine “non può essere utilizzata come logo o come parte di un logo”.
«Quell'immagine è un banalissimo insieme di cerchi, peraltro come già detto già
inseriti in una shape di photoshop (cioè un elemento base predefinito che
chiunque può utilizzare per realizzare forme più complesse). In sostanza,
tornando all'esempio musicale di prima, sarebbe come dire che nessuno può
utilizzare le note do-re-mi-fa e la perchè in un sito ungherese un musicista ha
depositato un assolo che contiene quelle note...»
A supporto della sua
tesi ci sarebbe anche quest’immagine, ancora più elementare, presa dal medesimo
sito.
Come è possibile accampare diritti su una serie di quadrati bianchi e neri, in
tutto e per tutto “classici”?
«Esatto. È proprio questo il punto.»
Ma torniamo alla
shape…
«Sì. Questi sono alcuni esempi di shape: [1], [2], [3], [4].
Guardando le prime immagini dell'ultimo link e ragionando secondo quanto
deriva dall’immagine del sito ungherese, troverete un altro logo plagiato: quello
delle Olimpiadi invernali di Torino 2006. Che è invece un logo bellissimo e
originale.
Potremmo andare avanti all'infinito. Al mondo esistono centinaia di milioni di
loghi composti da cerchi, triangoli, quadrati e rettangoli. Sono le piccole
intuizioni che generano loghi originali, non le forme, banali per la loro
stessa natura geometrica, che lo compongono!»
Ora la metterò forse
in parole troppo semplicistiche, ma da quel che ho capito la sua posizione è che
non si può accusare di plagio una persona che ha inventato la pasta secca solo
perché un altro ha già brevettato l'acqua bollente".
«Peggio: non si può accusare di plagio uno che prende i fusilli brevettati e li
condisce con un sughetto delizioso fatto di capperi, olive, acciughe, pomodoro
e pesto genovese...»
E tutto questo
sughetto è rappresentato dalla L?
«Esattamente, è la “differenza”, tra quello che era prima e
quello che è dopo l’intervento dell’artista (blocco di marmo/scultura, o pasta
scondita/condita se preferite).»
La sua posizione è
chiara. Cosa pensa che farà l’Amministrazione comunale?
«Su questo mi è difficile esprimere una previsione. Non
saprei proprio pronunciarmi… Capisco che il confine è sottile e
l’amministrazione potrebbe temere ricorsi, ma la cosa importante è capire che
dietro ad un risultato finale c’è un ragionamento che porta ad un’evoluzione e
trasformazione della materia iniziale: l’immagine di base fatta di cerchi è la
tela, la “L” è l’opera che vi è stata realizzata sopra (e non dimentichiamo la
scritta sotto al logo, di cui non si è mai parlato).»