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TORINO - 07/12/2010ATTUALITA'

Il diario del pazzo Popriscin

Per il cartellone “Grande Prosa” di Torino Spettacoli al teatro Erba da oggi al 12 dicembre Diario di un pazzo con Flavio Bucci di Mario Moretti da Nicolaj Vasilevic Gogol, per la regia di Giancarlo Fares nell’edizione firmata da Associazione Culturale Moliere e Associazione Cinqueanelli. Nikolaj Vasilevic Gogol è stato uno scrittore e drammaturgo ucraino. Gogol, già maestro del Realismo, si distinse per la grande capacità di raffigurare situazioni comico-mostruose sullo sfondo di una desolante mediocrità umana. Nacque nel 1809 in Ucraina, da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Il padre fu scrittore di commedie. Iniziò a scrivere ufficialmente nel 1825. Tra i racconti più significativi di quegli anni ricordiamo “Qualcosa su Nezin, ovvero per gli stupidi la legge non è scritta”. Nel 1828 concluse gli studi e trasferitosi a Pietroburgo intraprese una carriera di burocrate occupandosi prima di immobili pubblici, e successivamente di beni patrimoniali. Nel 1834 fu nominato professore aggiunto di storia all'Università di Pietroburgo. Nel 1835 per motivi organizzativi non gli fu rinnovato l'incarico di professore, così si dedicò febbrilmente alla produzione di racconti, tra i quali “Il mattino di un funzionario” e “Il Revisore”. Di questo periodo è “Diario di un pazzo” in scena a partire da oggi al teatro Erba, incentrato sulla figura di Aksentij Ivanovic Popriscin, un povero impiegato di San Pietroburgo vivente ai tempi della Russia zarista. Deluso per il magro successo della commedia a Pietroburgo, Gogol decise di mettersi in viaggio verso l'Europa, dove soggiornò a lungo, vivendo anche a Roma. Nel 1845 si ammalò a Francoforte e si trasferì prima a Praga, poi nuovamente a Roma, diventando amico del religioso Konstantinovskij, che finì per aggravare la sua nevrosi. Il significato dell'opera gogoliana è stato a lungo oggetto di dibattito. Alcuni sostengono che in Gogol vi sia una esagerazione del paradosso, del grottesco, ottenuta attraverso procedimenti linguistici semantici e fonici. Egli si dimostra autore in grado di creare ilarità anche durante momenti narrativi melodrammatici. Al di là dello spettacolo vi è una rappresentazione di fobie, tic, manie, allucinazioni e idiosincrasie proprie del cosiddetto vivere civile del nostro tempo anche se in realtà appare come un ampio affresco della vita russa, dove hanno vivido risalto capi-ufficio e cameriere, generali e figlie di generali, colleghi e compagni di sventura, dottori e re di Spagna. Una follia burocratica quella di Propriscin oscuro funzionario ridotto a temperare matite, che sprofonda nel delirio di diventare re Ferdinando ottavo di Spagna. Egli soffre per la sua bassa condizione sociale, che lo priva di ogni dignitoso rapporto umano, sprofondando giorno dopo giorno in una solitudine cronica dove immagina un mondo personale prestigioso, sottile vendetta contro coloro che lo hanno rinchiuso dentro il suo cuore-manicomio.

Vito Piepoli



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