Per il cartellone “Grande
Prosa” di Torino Spettacoli al teatro Erba da oggi al 12 dicembre Diario
di un pazzo con Flavio Bucci di
Mario Moretti da Nicolaj Vasilevic Gogol, per la regia
di Giancarlo Fares nell’edizione
firmata da Associazione Culturale Moliere e
Associazione Cinqueanelli. Nikolaj Vasilevic Gogol è stato uno
scrittore e drammaturgo ucraino. Gogol, già maestro del Realismo, si distinse
per la grande capacità di raffigurare situazioni comico-mostruose sullo sfondo
di una desolante mediocrità umana. Nacque nel 1809 in Ucraina, da una
famiglia di piccoli proprietari terrieri. Il padre fu scrittore di commedie.
Iniziò a scrivere ufficialmente nel 1825. Tra i racconti più significativi di
quegli anni ricordiamo “Qualcosa su
Nezin, ovvero per gli stupidi la legge non è scritta”. Nel 1828 concluse
gli studi e trasferitosi a Pietroburgo intraprese una carriera di burocrate
occupandosi prima di immobili pubblici, e successivamente di beni patrimoniali.
Nel 1834 fu nominato professore aggiunto di storia all'Università di
Pietroburgo. Nel 1835 per motivi organizzativi non gli fu rinnovato l'incarico
di professore, così si dedicò febbrilmente alla produzione di racconti, tra i
quali “Il mattino di un funzionario”
e “Il Revisore”. Di questo
periodo è “Diario di un pazzo” in scena a partire da oggi al teatro Erba,
incentrato sulla figura di Aksentij Ivanovic Popriscin, un povero impiegato di
San Pietroburgo vivente ai tempi della Russia zarista. Deluso per il magro
successo della commedia a Pietroburgo, Gogol decise di mettersi in viaggio
verso l'Europa, dove soggiornò a lungo, vivendo anche a Roma. Nel 1845 si
ammalò a Francoforte e si trasferì prima a Praga, poi nuovamente a Roma,
diventando amico del religioso Konstantinovskij,
che finì per aggravare la sua nevrosi. Il significato dell'opera gogoliana è
stato a lungo oggetto di dibattito. Alcuni sostengono che in Gogol vi sia una
esagerazione del paradosso, del grottesco, ottenuta attraverso procedimenti
linguistici semantici e fonici. Egli si dimostra autore in grado di creare
ilarità anche durante momenti narrativi melodrammatici. Al di là dello
spettacolo vi è una rappresentazione di fobie, tic, manie, allucinazioni e
idiosincrasie proprie del cosiddetto vivere civile del nostro tempo anche se in realtà appare come un ampio affresco della vita
russa, dove hanno vivido risalto capi-ufficio e cameriere, generali e figlie di
generali, colleghi e compagni di sventura, dottori e re di Spagna. Una follia
burocratica quella di Propriscin oscuro funzionario ridotto a temperare matite,
che sprofonda nel delirio di diventare re Ferdinando ottavo di Spagna. Egli soffre per la sua bassa condizione sociale, che lo
priva di ogni dignitoso rapporto umano, sprofondando giorno dopo giorno in una
solitudine cronica dove immagina un mondo personale prestigioso, sottile
vendetta contro coloro che lo hanno rinchiuso dentro il suo cuore-manicomio.
Vito Piepoli