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TORINO - 17/06/2010INTERVISTE

PRADEL, DA CENTO VETRINE ALLA MUSICA

Elena Donà

«Tu lo sai cosa facevo da piccolo, quando c’erano i 45 giri? Li lanciavo come i frisbee dal quarto piano. Ma perché per radio sentivo sempre “il lancio del nuovo disco”… Pensa chi lo riceveva nel cranio». Walter Pradel è anche questo: attore di teatro, cortometraggi, cantautore, con un passato da attentatore di piccioni e ignari passanti.
Scoraggiato dalle scarse rendite del cecchinaggio freestyle, decide saggiamente di tentare la via dell’arte… e l’artista ha tre innegabili punti di forza rispetto al sicario dei pianerottoli: commuove la gente – ma non cerebralmente – impara a vivere nei panni degli altri anche solo per un giorno, e alla lunga musica e teatro rendono perfino qualcosina in più della decapitazione seriale di pennuti a mezzo vinile. Che oltretutto scoccia sia ai pennuti sia ai vinili.
Incontriamo Walter negli uffici di E20x, assieme alle agenti custodi Giorgia ed Emilia. Arriva con una valigia, un braccialone di cuoio molto rock e una faccia simpatica molto poco star.

Walter, a maggio è uscito il tuo primo album “Tutto da rifare”, prodotto da Maia Records. Partiamo dal titolo?
L’abbiamo scelto perché rappresentava bene il percorso. Abbiamo finito il cd e ci siamo detti: “Va bene,o è tutto da rifare?”… E di qui il titolo. Tutto da rifare è anche la prima canzone che abbiamo composto, che era nata come un rap e poi è stata riadattata all’atmosfera dell’album, un pop elettronico molto particolare; archi, violini, una strumentazione decisamente ricca. In realtà avremmo voluto includere molti più pezzi, ma alla fine sono entrati soltanto i brani più forti, quelli che abbiamo preso in considerazione per essere lanciati come singoli. Tutti gli altri potrete ascoltarli nei vari showcase e nei live, in un contesto un po’ diverso.

Deve avermi morso Marzullo: io avevo inteso il titolo come un doppio senso, “è venuto talmente male che è tutto da rifare” ma anche “rifarei tutto ciò che ho fatto!”. A questo punto te lo chiedo lo stesso: una cosa che non rifaresti mai e una che rifaresti al volo?
Una cosa che rifarei, TUTTO. La prima cosa che amo di questo lavoro è che non mi pesa: lo faccio con divertimento perché mi piace il contatto con la gente, con il pubblico. Mi piace sperimentare, vedere le emozioni negli occhi delle persone e viverle; anche perché se non senti qualcosa tu, non trasmetti niente: perfino l’ansia prima di andare in scena è bella. Di tutte le cose che ho fatto, forse quella che mi è piaciuta meno è la televisione, perché è la meno spontanea. Però un errore vero e proprio non c’è. E poi dagli errori si impara: senza di quelli non sarei arrivato dove sono… che poi non sono arrivato ancora da nessuna parte, però quel bagaglio di spettacolo di cui sono capace l’ho ottenuto soprattutto dagli errori che ho fatto, e che quindi rifarei comunque… vergogna compresa!

Nel primo singolo estratto dall’album, La Misura, dici “Lo sai che mi dispiace, vorrei potessi essere felice”. Sei consapevole che è una di quelle frasi in grado di far saltare i nervi a chiunque, vero?
Ma in realtà il testo si riferisce proprio a un litigio: un litigio in cui io perdo le staffe e posso farti anche del male, ma è una perdita momentanea di buon senso, perché io vorrei davvero che fossi felice. E’ una frase sincera!

E quand’è che perdi la misura?
Devo dire di rado. Io mi incazzo solo quando mi prendono in giro, quando qualcuno mi fa intendere una cosa ma in realtà pensa il contrario; la presa per i fondelli è una cosa che proprio non mi piace, mi manda in bestia. Preferisco che mi si dica: «Mi fai schifo, non mi piaci, non mi piace quello che fai, quello che sei…», ma non l’ipocrisia, che purtroppo in questo ambiente invece è all’ordine del giorno.

Su MTV e su internet sta girando il tuo primo video. Ne hai altri in cantiere?
Sì, credo che dall’album verranno estratti quattro o cinque video, e ognuno di questi avrà una regia diversa. In realtà c’è un progetto ben più grande che dovrebbe partire il prossimo anno per il nuovo disco, su cui sto già lavorando… ma non posso anticipare niente, anche se è molto carino. Il video del primo singolo è di Umberto Viani: per La Misura volevamo un video classico, che non uscisse troppo dagli schemi, mentre il prossimo, Comunque Sia, sarà più particolare: gireremo in Toscana, ma sarà un video decisamente poco italiano… primi piani, l’occhio che si spezza, la telecamera che viaggia dentro l’occhio, io che viaggio dentro un’immagine… sarà molto strano.

Come attore sei piuttosto eclettico: da una parte i Nani di Harold Pinter e dall’altra Cento Vetrine. Sono due mondi che si possono tenere insieme?
Se sei un attore devi riuscire ad affrontare tutte le parti, dalla più semplice alla più complessa. Poi è logico che ci sono ruoli che ti possono calzare meglio, a seconda della tua fisionomia, del tuo atteggiamento e delle tue predisposizioni, però in linea di massima è stato semplice per entrambi: in Cento Vetrine avevo comunque una particina piccola… non era una comparsata ma era recitata soprattutto con gli sguardi e le espressioni. Con i Nani è stato molto diverso, era un adattamento dell’opera di Pinter, che ed è stato un pelo più complesso… io interpreto la parte di un attore psicolabile e impasticcato, quindi ci sono scene in cui sono un po’ fuori di testa… C’è una scena in cui piango davanti a uno specchio e riguardandomi sono rimasto un po’ scosso. Però è divertente, perché proietti te stesso in una situazione e poi cerchi di viverla, portando le tue motivazioni e i tuoi sentimenti; per te che lo vivi diventa una cosa particolare e per chi lo vede spero che sia una cosa piacevole. Tutti quelli che hanno visto lo spezzone hanno detto che era abbastanza angosciante, che era esattamente quello che volevamo trasmettere. I nani sono personaggi che vivono nell’ombra, nessuno li vede, ma sono persone in cui la gente si può rispecchiare.

Restando in tema di vetrine, ti sei fatto un’idea su programmi come Amici o X Factor?
Non posso parlarne né bene né male, perché in realtà è una realtà che non ho mai vissuto. Però ho fatto tanti concorsi, e devo dire che ti formano, perché ti confronti con altri ragazzi e realtà completamente diverse dalla tua: basta già che uno arrivi dalla Calabria e un altro dal Veneto e si hanno modi di pensare e di vivere completamente diversi. Molte volte il confronto ti aiuta ad affrontare cose che non c’entrano nulla con il concorso di per sé, ma ti insegnano un modo di vivere diverso, che puoi condividere o meno, ma che ti arricchisce. E’ una cosa che consiglio di fare. Certo i programmi come X Factor ti danno una grande notorietà, anche se il dubbio che questi ragazzi non sbuchino proprio dal nulla c’è, ma noi crediamoci…





Il tuo primo lavoro in campo artistico?
Proprio qua vicino. Mia zia dipingeva, era una poetessa e faceva radio e televisione per Famija Turineisa, Telestudio, Sesta Rete, che aveva gli studi in Via Rocca de’ Baldi, e io facevo le recite in piemontese a sei o sette anni.

E il tuo primo giorno di teatro te lo ricordi?
Sì: un’ansia strepitosa. Non mi ricordavo praticamente niente. Sono salito sul palco e pensavo «Che devo dire?». Avevo 17-18 anni, anche se era un palchetto che bastava appena per il ballo del mattone, una roba da villaggio turistico, dava i brividi. E’ stata un’emozione.

Ti sei mai fatto una figuraccia colossale?
Un vero disastro no. Sono veloce a recuperare. Però mi ricordo che una volta a teatro ero in ansia anche per ciò che dovevano recitare gli altri, così a un certo punto mi sono alzato e ho anticipato una battuta di un compagno. Questo è rimasto completamente nel pallone, mentre io ho recuperato, così anche se ero io ad aver sbagliato ho fatto fare la figuraccia a lui. Mi ha odiato un po’, soprattutto perché il regista alla fine ha cazziato lui, e lì mi sono sentito veramente una m…
Ma sono cose che capitano anche ai più grandi attori. L’anno scorso sono stato a vedere amici famosi a teatro e uno di loro, di cui non faccio il nome, dopo una battuta ha cominciato a ridere, si è girato e fa: «Chiudete il sipario, non ce la faccio più». La gente apprezza queste cose, e le vive assieme a te. Diventi umano nei loro confronti.

Una storia che ti piacerebbe portare in teatro?
Mmm… Più che una storia particolare io vorrei portare in teatro qualcosa in cui la gente si possa identificare, che faccia riflettere, ma soprattutto divertire. Nel teatro è fondamentale vivere qualcosa che possa entusiasmare davvero, perché sono le sensazioni che uno ricorda, più delle storie. Si può recitare qualunque cosa, anche il retro del biglietto delle Ferrovie dello Stato, però creando qualcosa di personale.

Nella presentazione del tuo musical Hit parade: 1979 si legge: «Negli anni Settanta se avevi l’eskimo eri di sinistra, se avevi i Ray-Ban eri di destra». E oggi?
E oggi… forse una volta ci si identificava di più, e probabilmente era meglio: i sentimenti e le passioni politiche coinvolgevano davvero, e c’era un reale confronto di idee, che ormai quasi non esiste più. C’è tanta ipocrisia accanto alla libertà di parola, che oltretutto non è vera libertà, è massificata.

Hit parade è un inno agli anni Settanta, che però tu avrai vissuto di striscio…
Sì, più che altro attraverso i racconti di mia madre. I miei anni Settanta sono stati a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta.

La cosa che ti manca di più di quel periodo?
Oddio, adesso ti darò una risposta che farà ridere, però è vera: i miei natali in famiglia, con tanti parenti, la nonna. E… i playmobil! E Daitan, avevo anche il giocattolone! Ah, e i cavalieri dello Zodiaco! (Il preferito era Pegasus, che chiediamo a fare…).

Un cartone animato che ti piacerebbe doppiare?
Doraemon, il gattone pancione!

E’ vero che hai 30 paia di stivali? Da far schiattare Carrie Bradshaw...
Ne ho almeno il doppio.

I peggiori che hai mai comprato?
Li ho già venduti. Erano scomodi. Forse perché erano di due misure in meno…
In realtà – siccome tutti gli artisti hanno anche un lavoro normale – io ho un negozio di scarpe in via Roma, assieme alla mia amica Paoletta, per questo ho comprato di tutto: texani, messicani, stivali di coccodrillo, pitone, lucertola, anguilla, varano…
Cambiare argomento molto velocemente prima che i presenti siano costretti a familiarizzare con la colazione di chi sta registrando...

So che ti paragonano a George Michael…
Ok. Io non amo molto i paragoni. George Michael è eccezionale ma io sono io, grazie. E poi spero che mi paragonino a com’era e non a com’è, visto che ci sono vent’anni di differenza! Certo, se i miei dischi vendessero un decimo di quello che vende lui, sarei già contento.

Sul tuo sito qualcuno ti ha descritto così: «E’ come un ferro di cavallo col sorriso».
Perché ho la faccia da culo e rido sempre, anche quando cado! E in questo lavoro è importante. (Giorgia ed Emilia confermano, ci tengono a dire che l’ottimismo di Walter è reale, non è una posa. E nel suo lavoro è fondamentale).

Cosa pensi della scena musicale italiana oggi?
E’ tutto molto strumentalizzato: come pubblico si ha la sensazione di poter scegliere, ma in realtà la scelta non c’è, perché è imposta direttamente dalle case discografiche. Ed è una cosa che capita soprattutto in Italia, non ovunque. Oltretutto è un cane che si morde la coda, perché le radio fanno quello che dicono le case discografiche, le case discografiche dettano legge in televisione… e poi si lamentano che non vendono. Ma non vendono perché giustamente la gente comincia a stufarsi e cerca altrove.

Fra gli artisti italiani con chi ti piacerebbe lavorare?
Cristicchi, anche se molti lo criticano… e invece tutte le cose che canta, anche le menate, hanno sempre un significato. Poi ti direi Irene Grandi, che mi piace ancora ma mi piaceva di più una volta. E poi Simona Bencini, ex Dirotta su Cuba. Ha una voce eccezionale ed è inspiegabilmente sottovalutata. Fuori dall’Italia invece Sting, e Cindy Lauper, che adoro proprio come persona, anche se qui non è molto famosa. All’estero vende tantissimo, non a caso il marito è quello che ha lanciato Lady Gaga.
Viaggiando su internet cerco spesso sonorità particolari, di gruppi che qui non sono molto conosciuti… Per esempio un gruppo che amo molto sono i Sunrise Avenue, che sono finlandesi. In musica a me piace sempre sposare qualcosa di nuovo con qualcosa di storico. Per esempio sarebbe fantastico duettare con Gino Paoli.

Nel comunicato stampa che presenta il tuo singolo c’è scritto: «Un facile pop italiano che entra in testa al primo ascolto, il classico disco per l’estate e per tutti». Non so quanti artisti italiani sarebbero contenti della presentazione…
Perché? E’ un modo per dire alla gente «ascoltatemi». In realtà La misura è un brano facile dal punto di vista strutturale, ma lo è molto meno sul piano dei contenuti, del testo… Alla fine parla di due che litigano e lui spinge la fidanzata giù da una finestra, quindi insomma, proprio allegro non è. Però le sonorità saltano all’orecchio e ricordano altri pezzi, hanno qualcosa di già sentito… Di solito quando fai un pezzo cerchi proprio di fare qualcosa che non assomigli a nulla di già sentito. Invece in questo caso qualcuno ti dice «ah, mi ricorda questa cosa qua…» ed è un gioco voluto.

E’ vero che hai un’impostazione lirica?
(Fa la faccia di un gatto paracadutato in mezzo a un raduno di rottweiler)
E infatti sono passato al voicecraft! Io avevo cominciato canto lirico per dare un’impostazione seria al mio lavoro, ma non volevo certo diventare un professionista. Il voicecraft invece è una tecnica vocale che arriva dagli Stati Uniti, e che ti insegna a creare delle figure con la muscolatura che tende le corde vocali. Serve sia per recitare che per cantare, e i risultati sono sorprendenti: per esempio Mariah Carey, tutti questi gabbiani che fa quando canta – YEEEEEEEEEEEEEEEK – sono solo delle figure, non sono difficili da fare. Una volta che impari a usare le cose niente è difficile.

Ai ragazzi che sognano di fare quello che fai tu che consigli puoi dare?
Credere nei propri sogni e andare avanti. Anche se non raggiungi quello che vuoi è bello provare. Ed è meglio avere un insuccesso che un rimpianto. Non tutto si avvera, neanche credendoci… Si può sognare anche qualcosa di più concreto: non so, la maestra d’asilo. Poi sogni di diventare qualcos’altro… un passo alla volta. Crederci, non porsi dei limiti, perché quelli arrivano già da soli. Mai abbattersi. Se ti dicono no tu devi pensare che «per il momento è no». Quindi, vai avanti. Come tu cambi, anche le persone che ti hanno detto no cambiano, e possono cambiare idea… o saltare dal posto in cui sono. (sorrisone da bimbo Bauli).

Un’ultima domanda: una cosa che la gente di te proprio non si aspetta?
Forse una cosa positiva: non ci si aspetta che io sia così disponibile. In realtà io sono disponibile sul serio, per tutto. Se mi chiedi un favore mi faccio in quattro, piuttosto trascuro le mie cose e ci lavoro di notte, ma sono sempre disponibile. Ed è una cosa che lascia perplessi. Molti si chiedono «ma che cosa vorrà ottenere?». E invece quando mi conosci ti accorgi che sono proprio fesso di mio!
Ci è arrivato un appello in redazione: «A tutti i discografici e i registi in ascolto: questo ragazzo è bravo davvero, tenetelo impegnato, ma proprio tanto, che non abbia più tempo per fare nient’altro». Era firmato da un varano.


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