Lunedì 18 gennaioMarco
Paolini
torna a Torino con lo spettacolo intitolato La macchina del capo.
Paolini, nato a Belluno, è autore, attore e regista, considerato uno dei massimi esponenti del
teatro civile; ma lui replica: «Non voglio che il mio teatro sia
"civile" per differenziarlo da quest'altro teatro di
"morti": io faccio teatro e basta. Un teatro capace di insegnare, di
far ridere fino alle lacrime e commuovere fino al silenzio».
Dopo spettacoli importanti, quali Il racconto
del Vajont 1956/9 ottobre 1963 (1993); Il Sergente (2004), Miserabili. Io e
Margaret Thatcher (2006), La
macchina del capo prende vita dagli Album, i racconti teatrali
costruiti lungo un arco temporale che va dal 1964 al 1984, nei quali lo stesso
gruppo di personaggi cresce passando da uno spettacolo all’altro, in una sorta
di romanzo popolare di iniziazione. «Ho preso le storie più vecchie che ho
raccontato - dice l’autore - Le ho prese dai primi Album, quelli su cui ho
imparato questo mestiere che viene dal teatro, il mestiere di “raccontare
storie”. In quei lavori ho imparato a dosare i personaggi e a mescolarli con il
filo della storia, a interpretare e narrare insieme. Ho ricombinato le storie
vecchie con episodi nuovi che ho cominciato a scrivere un anno fa».
Non è un
diario, non è un pezzo nostalgico, e nemmeno una memoria d’altri tempi. E’ un racconto
divertente, intimo e a tratti commovente, che parla agli adulti ma anche
all’infanzia. Vi troviamo Nicola bambino, alle prese con l’uomo nero e con le
“femmine”, la scuola, le tabelline e l’arte dello “scancellare”, la colonia, il
campetto da calcio, la guerra tra bande, le giostre…. in una parola alle prese
con il “crescere”. È un viaggio che parte dalla casa, micro-universo dal quale
osservare il mondo, per avanzare alla scoperta del macro-mondo (del mare, dei
compagni di giochi, del sesso visto con gli occhi di un bambino). È il ritratto
di un’Italia di periferia, vista su scala ridotta, tra la Pedemontana e il mare.
È un lavoro sul desiderio e sulla scoperta, vicino alle atmosfere di Monicelli.
I ragazzi protagonisti del racconto sono quasi gli “Amici miei”, ma ragazzini.
E le zingarate sono forse più innocenti, ma lo spettacolo si permette di
giocarci con altrettanta ironia. «Narro di infanzia non protetta da cordoni
sanitari di adulti. Narro di un bambino di 10 anni e della sua fretta di
crescere. Narro non per nostalgia, ma per divertimento, per chi c’era già e si
ricorda i dettagli e per chi è nato dopo e si diverte alla storia».
L’autore,
accompagnato da Lorenzo Monguzzi dei
Mercanti di Liquore, porta lo spettatore all'interno dell'intricata rete di
vincoli e rapporti umani, parlando non solo della memoria, ma anche della
frammentazione o del riavvicinamento emotivo tra padri e figli.
… La pianura si chiama così perché i fiumi vanno più piano e non ci
sono salite tranne quelle del cavalcavia per la stazione, però in compenso ci
sono più campetti per giocare a calcio in piano. In pianura si va a scuola.
- Nicola cosa vuoi
fare da grande?
- Fevvovieve.
- Allora devi imparare a leggere e a scrivere.
- Ma cosa c’entra?
Non è così difficile,
dai. Io se guardo le foto da scolaro con la Carioca 12 colori davanti alla carta geografica,
si vede che io so tenere la penna in mano, sono mica come certi miei compagni
che erano degli zappatori, figli di contadini, gente che vangava il foglio, che
scrivendo a pagina uno aravano fino a pagina quattordici. Io la tenevo la penna
in mano, secondo me leggere e scrivere non è tanto difficile, quello che è più
difficile a scuola è scancellare!
Dicono sbagliando s’impara, ma se non scancelli si accorgono!