Sarasso: «Da quando non c'è più Cuore l'Italia è un paese peggiore»
In «Confine di Stato», capitolo primo della «trilogia sporca
dell’Italia», ha mescolato realtà e finzione per rileggere, servendosi della
libertà di movimento offerta da «interstizi», pieghe e «buchi»
dell’informazione, alcune tra le pagine più oscure della storia nazionale, e
raccontarle attraverso una tecnica mista che non ha nulla da invidiare agli
autori di genere più noti e blasonati; lui è SimoneSarasso,
trent’anni, novarese, semplicemente uno dei più promettenti rappresentanti del
noir italiano dell’ultima generazione. Lo abbiamo incontrato alla Fiera del
Libro, in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo «Settanta», edito da
Marsilio, in libreria dal 20 maggio.
Iniziamo con una
domanda sulla tecnica narrativa: in «Confine di Stato» misceli modi e
suggestioni estremamente diverse, provenienti da cinema, fumetti, letteratura
di genere, giornali, registrazioni ambientali, verbali di polizia,
sceneggiatura ecc., con un fare piacevolmente post-moderno; come nasce questo
modo di raccontare?
Il «minestrone», come lo chiamo io, ossia la commistione di
linguaggi diversi e distanti è una palese eredità ellroyana. O meglio, un
tentativo (non so se del tutto riuscito) di imitare la tecnica narrativa di James Ellroy in «American Tabloid».
Alla ricetta del «minestrone» ho aggiunto un ingrediente per cui vado matto: il
fumetto.
Mescolando forme
d’espressione «alte» come la letteratura (anche di genere) e «basse» come il
fumetto, infrangi una distinzione tradizionale, quella tra alta e bassa
cultura, che in Italia è ancora viva. Lo fai volontariamente?
Mah, non sono così convinto che in Italia gli intellettuali
se la menino ancora con la distinzione tra cultura alta e bassa. Ormai lo fanno
solo certi vecchi professoroni polverosi, o qualche critico non più giovanissimo.
Credo che il nostro Paese, negli ultimi quindici anni, sia stato travolto da
una ventata di freschezza letteraria. E quella freschezza ha fatto proprio
dell’infrazione di quella maledetta barriera tra alto e basso uno dei suoi
cavalli di battaglia. Scrittori diversi con intenti simili hanno lavorato ai
fianchi il vetusto mondo delle lettere italiane, creando qualcosa di
completamente nuovo, mai visto prima. Quel qualcosa ha un nome, gliel’ha dato Wu Ming : New Italian Epic.
Pensi che il tuo modo
di scrivere sia cambiato nel passaggio da «Confine di Stato» a «Settanta»? E,
se si, in che modo?
Sì, c’è stata un’evoluzione tremenda. In «Confine» mi
interessava più che altro il linguaggio cinematografico, l’azione a tutti i
costi, il parlato tarantiniano. La lingua del romanzo era tutto fuorché
aderente alla lingua vera. «Settanta» è un oggetto narrativo completamente
diverso: ho lavorato a lungo sul lessico (per restituire i regionalismi e le
inflessioni dell’italiano di quei tempi là) e sull’intreccio (costruendo un
«mostro» a quattro teste, una storia polifonica a quattro voci che diventano
una sola). Il passaggio è stato piuttosto naturale, comunque: più scrivi, più
sei sicuro di ciò che puoi fare e più hai voglia di sperimentare.
Cosa vuoi dirci sull’intreccio
di «Settanta»?
Siccome la suspence ha un ruolo di primo piano, nel libro,
non vorrei svelare troppo. Basti dire che il romanzo percorre tutto il decennio
più buio del XX secolo. È ambientato per la maggior parte nel nostro Paese e
racconta tutti i «buchi neri» della storia di quegli anni, dal golpe Borghese
alla bomba alla questura di Milano, a Piazza della Loggia, all’Italicus, a
Bologna. La narrazione ha quattro punti di vista: quello di uno stragista (un
agente dei Servizi deviati), quello di un giovane magistrato del Sud, quello di
un attore di genere (il genere più in voga a quei tempi: il «poliziottesco») e,
infine, quello di un bandito (la giovane promessa della mala milanese).
In chiusura a
«Confine di Stato» citavi una serie di autori importanti per la tua formazione
di scrittore, tra questi spiccavano Giuseppe Genna e James Ellroy. C’è qualche
altro nome che vorresti aggiungere alla lista? Quali sono gli autori che hanno
influenzato il Sarasso scrittore?
Beh, devo molto anche a Wu Ming, Giancarlo De Cataldo e Gianni
Biondillo. Molti dei nomi inscritti da Wu Ming 1 nella nebulosa del New
Italian Epic hanno avuto una qualche influenza su quello che scrivo: sarebbe
impossibile, ad esempio, per una penna come la mia, prescindere da un autore
come Sergio Altieri, per esempio.
Lui è uno dei miei numi tutelari. Se devo pensare a una «corrente letteraria»
di riferimento, penso di sicuro al NIE.
E per quanto riguarda
il cinema, quali sono i registi che ti hanno segnato, a parte l’immancabile Tarantino,
i cui dialoghi riecheggiano dalle tue pagine?
Qui è più difficile. Mi vengono subito in mente Micheal
Mann, De Palma e Scorsese ma, in verità, l’oggetto visuale che più influenza la
mia esperienza narrativa attualmente non è il cinema, e dunque quei nomi sono
in qualche misura «inattuali». Negli ultimi due anni ho visto pochissimi film e
moltissime serie televisive, per la maggior parte americane. Serial come Lost, Battlestar
Galactica, Prison Break, sono lezioni di sceneggiatura. Insegnano dettagliatamente
come si racconta una storia lunga, come si gestiscono nel tempo gli snodi
narrativi, come è bene dosare adrenalina e quiete, riflessione e passione. Le
serie televisive costituiscono per la nostra generazione ciò che i blockbuster
sono stati per chi aveva vent’anni negli ‘80. Un narratore contemporaneo
difficilmente può prescindere da esse; quanto meno, gli tocca farci i conti.
Passiamo ad aspetti
più teorici: la tua «Trilogia sporca dell’Italia» risponde ai canoni di una
certa letteratura noir che «scava» e «svela», basandosi su fatti veri e
restando sempre in bilico tra il «vero» e il «verosimile». Secondo te, in una
società ormai segnata dalla disponibilità quasi infinita di informazioni in rete (o almeno così ci dicono…), in che
modo la letteratura può ancora svolgere un ruolo educativo, pedagogico, ammesso
che possa farlo? In che modo la letteratura nera può insegnare alla gente a
guardare oltre le apparenze e distinguere la «realtà», a leggere movimenti
nascosti o sommersi, mascheramenti e «trame oscure» del potere?
Sul presunto ruolo «pedagogico» della letteratura ci sarebbe
da discutere. Nel senso che ci sono già i libri di storia per imparare cose sul
passato del nostro Paese e per non commettere più gli stessi errori. Tuttavia,
ne convengo, una delle cose importanti che mi piacerebbe facessero i miei libri
è proprio stimolare il lettore che certe storie non le ha mai sentite, o che
magari se le è solo dimenticate, ad aprire un libro «serio» (un libro di
storia, magari) per fermare la memoria di ciò che è stato. Il compito
principale della letteratura (tutta, non solo quella di genere) è raccontare
storie. E raccontare storie, come insegna Sharāzād, è il modo migliore per
resistere: la narrazione è la forma più autentica di resistenza. La mitologica
regina persiana sopravvive narrando, spinge la notte (e la morte) più in là. Lo
stesso cerco di fare io: racconto vecchie storie perché non vadano perdute. E
mentre le racconto, tiro fuori rabbia antica da mischiare a quella nuova, per
sopravvivere. Per resistere, per reagire. Per far sì che cose del genere non
accadano mai più.
Personalmente ti ho
«scoperto» per merito di un amico, ma non ti nascondo di essere rimasto
immediatamente affascinato dall’idea di fondo del tuo lavoro d’esordio,
«Turkemar», che prende l’avvio dalla biografia del grande Fred Buscaglione per
raccontare una classica parabola noir (nel senso dell’ascesa e caduta di un
singolo personaggio) ma con risvolti «metafisici» provenienti dritti dritti dal
mondo dei fumetti. Vuoi dirci qualcosa su «Turkemar»?
Turkemar è stata la primissima cosa che abbia mai scritto.
Avevo in mente da tempo la storia di Buscaglione. Lo conosco molto bene, ho
studiato un sacco su di lui, è stata una delle mie ossessioni giovanili.Scrivere una semplice biografia, però,
non mi interessava; ne esistono in commercio di ottime, come quella di
Ternavasio, per esempio (Maurizio Ternavasio, Il grande Fred, Lindau 2000).
Volevo qualcosa di diverso, volevo ribaltare la prospettiva, come ha fatto
Rodriguez in Dal tramonto all’alba. Ed ecco che l’idea demoniaca mi è venuta in
soccorso: nel bel mezzo della storia di Fred ho sguinzagliato il demonio,
secondo canoni «presi in prestito» da sua maestà Todd McFarlane, il papà di
Spawn. Accostamento da brividi, come l’aceto balsamico sulle fragole.
Turkemar è oggi
scaricabile gratuitamente dal sito della casa editrice Effequ. Perché un autore
come te sceglie di distribuire gratuitamente una sua opera? Vuoi dirci due
parole sulla licenza «copyleft»?
Il copyleft è quel meccanismo in base al quale,
sottoscrivendo un’apposita licenza (Creative Commons), è possibile diffondere
la propria opera in maniera telematica (e gratuita) e permettere ad altri,
oltre che la riproduzione, anche l’ulteriore diffusione a terzi, purché non a scopo
di lucro e a patto di specificare la licenza sotto cui l’opera è diffusa.
Troppo difficile? Semplifichiamo: il tuo libro scaricabile gratuitamente da
internet. Ecco, così ci capiamo. Io trovo che il copyleft sia una scelta
azzeccatissima per opere dal limitato numero di pagine (come «Turkemar», per
esempio): il lettore scarica, stampa e legge «in bozza». Più complicato (e meno
funzionale) è quando i volumi in copyleft sono tomi da quattro o cinquecento
pagine. Credo che qui la funzione «diffusiva» del copyleft venga meno. Per
esempio, quando uscì Q dell’allora collettivo Luther Blisset, lo scaricai
subito e iniziai a stamparlo con la mia getto d’inchiostro dell’anteguerra. A
pagina 60 desistetti. E corsi in libreria a comperare il volume. Ora, se lo scopo
è quello di stuzzicare il lettore all’acquisto, il copyleft è strabordante.
Basta un’anteprima (magari corposa, anche un centinaio di pagine) sul sito
dell’editore. Molti lo fanno già; mettono il primo capitolo in consultazione
gratuita. Dalle prime cinquanta pagine (ma sto esagerando, ne bastano 20)
qualunque lettore capisce se si trova a proprio agio con l’oggetto narrativo
che ha di fronte. E di conseguenza se valga la pena acquistarlo e leggerlo su
carta. Un uso interessante del copyleft è invece quello che se ne può fare
occupandosi di critica letteraria. Personalmente, quando scrivo un saggio e
voglio citare esattamente un passo di un libro ma non mi ricordo altro se non
un paio di parole della citazione, avere a disposizione il testo in digitale è utilissimo.
Tramite una semplice funzione di ricerca si può trovare il brano tanto a lungo
cercato e citarlo come si deve. Se le biblioteche conservassero, oltre ai
cartacei, anche una copia digitale di tutto ciò che è possibile, sarebbe
davvero un gran passo in avanti per la ricerca e la critica. In definitiva,
sono sicuramente a favore del copyleft e delle licenze Creative Commons per la
libera diffusione della cultura, ma mi piacerebbe che se ne facesse un uso più
mirato.
C’è qualcosa che
avresti sempre sognato di sentirti domandare e che invece non ti è mai stato
chiesto?
Sì, ha a che fare con l’informazione. «Tra tutti i giornali
del passato che oggi non ci sono più, tra le tante voci ormai spente che hanno
raccontato l’Italia, ce n’è una che ti manca?». C’è, e mi manca da morire. Da
quando non c’è più Cuore, l’Italia è un Paese peggiore.
Ultima domanda: hai
in vista qualche presentazione di «Settanta» a Torino o dintorni?
Ci stiamo lavorando con l’amico scrittore JP Rossano: la
nostra idea è d fare qualcosa al Circolo dei Lettori a settembre. Vi terremo
informati.