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TORINO - 18/02/2009ATTUALITA'

La vita da gattara di Rita, da 50 anni al servizio dei gatti randagi

Elena Donà

«Neve, pioggia o vento, io dai miei gatti non manco mai». Rita Valpreda ha settantotto anni, nel quartiere la conoscono tutti. E’ la gattara di via Arquata, dalle parti di corso Dante a Torino. Nell’immaginario comune gattara non è una bella parola, sa un po’ di fattucchiera, di solitudine. Forse perché bisogna essere un po’ matti per spendere gran parte della propria pensione in scatolette di cibo e visite dal veterinario. Più matti ancora per uscire tutti i giorni alla stessa ora e recuperare con pazienza e cordini le vaschette incastrate nei punti più difficili da scovare, quelli in cui i gatti possono mangiare indisturbati, al riparo da tutto. Bisogna vuotarle, pulirle, riempirle di nuovo, cambiare l’acqua, controllare che le casette non siano sporche, contare i gatti conosciuti, spiare i nuovi arrivi, capire se stanno bene. Insomma, tutto quello che si fa con il proprio gatto da salotto, solo che le colonie feline arrivano anche a sessanta esemplari. La signora Rita lo fa da più di cinquant’anni, a proprie spese. Sarà roba da matti, ma nel quartiere gli abitanti ringraziano, soprattutto quelli con la coda. Lei li chiama per nome, conosce i loro gusti, sa dove trovarli. Mentre camminiamo racconta la storia di tutti quelli che incontriamo: c’è il Rossi, una specie di Romeo che non ha esattamente l’aria di uno che vive di stenti. E infatti saltella baldanzoso dietro la signora Rita e si sente in dovere di ripulire mezza vaschetta a ogni pit stop. C’è il Guercino, un bellissimo micio nero con un occhio solo, Ninni, una gattona bianca a pelo lungo, e tanti altri. I gatti randagi sono diffidenti per natura, ma sanno riconoscere un’amica e la signora Rita la loro fiducia se l’è conquistata tutta da sola. «Mi dica se non sono bene organizzata» chiede ridendo mentre si aiuta con una specie di pinza gigante per recuperare le ciotole più scomode attraverso una ringhiera. Non c’è verso di portarle la borsa né di aiutarla in nessun modo, è un generale e fa di testa propria. Ha un porta-documenti zeppo di fogli e permessi, ci tiene a essere in regola perché sa che così non può scacciarla nessuno, ed è una sicurezza in più per i suoi gatti. Un’altra cosa su cui non transige è la pulizia. «Un mucchio di gente pensa che le gattare siano sporche. In certi casi sarà vero, ma io voglio che sia tutto in ordine. Raccolgo tutto, pulisco le casette, tolgo la neve, le foglie secche. Non lascio mai niente in giro». Ed è proprio così, il quartiere è pulitissimo. A dirla tutta le uniche sporcizie che si trovano in giro sono di qualche cane con padrone maleducato dall’altra parte del guinzaglio. Lei vorrebbe già chiamare i vigili, organizzare ronde serali a caccia del furfante. E’ veramente impossibile tenerla ferma. «Io sono fatta così, sono una che fa gli esposti». Ha grinta da vendere, e oltretutto ha ragione, è questione di civiltà. Sembra difficile credere che quel che fa per i gatti della colonia possa dar fastidio a qualcuno, e invece non sono mancati avvelenamenti, vaschette di cibo fatte ripulire ai cani per dare fastidio oppure rovesciate, acqua sporcata di proposito. Per questo molte casette, costruite dalla signora Valpreda e dal marito, ora sono protette da gabbiotti chiusi a chiave, con un passaggio attraverso cui possono entrare soltanto i gatti. Per fortuna non manca chi può darle una mano, ma il lavoro è tanto e la spesa non indifferente se si considera che ogni giorno si consumano almeno otto scatole di cibo per gatti. Il Comune non rimborsa nulla ai volontari, li affida ad associazioni di riferimento da cui non ricevono sostegno economico ma assistenza veterinaria, per esempio per quanto riguarda le sterilizzazioni. In caso di gravi malattie l’animale viene preso in consegna dal canile comunale di riferimento, o da una clinica convenzionata. In caso di recupero si provvede poi a reinserirlo nella colonia, e se ha contratto malattie infettive o non è più autonomo rimane al gattile, dove potrà esser dato in adozione. Nel corso del 2008 sono entrati in un gattile più di settecento esemplari, dei quali circa duecentosessanta hanno trovato una casa. Nonostante tutte le campagne di sensibilizzazione il problema dell’abbandono è ancora forte. «Molte volte i genitori decidono di regalare un gattino al proprio figlio, magari per Natale. Ma non è un regalo adatto a un bambino, ci vuole responsabilità. Un gatto non è un giocattolo e se gli si tira la coda, graffia. Il bambino piange e i genitori cominciano a pensare che sia pericoloso, così se ne sbarazzano, lo buttano fuori casa». E spesso finisce male, o va a gravare su un costo già troppo alto, sia per i volontari sia per il Comune, che non riesce a far fronte al numero di randagi. Al momento si contano milleduecentocinquanta colonie feline solo sul territorio torinese e i gattari che se ne prendono cura sono circa ottocento, troppo pochi per un lavoro così impegnativo. E gratuito. La casa della signora Rita è piena di trovatelli: a qualcuno mancano i denti, a qualcuno la coda. Ci sono anche quelli malati seriamente, ma l’aria è allegra. Fra di loro spicca Stella, una cagnolina convinta di essere un gatto, che segue la sua padrona in tutti i suoi giri. E’ alta come un puffo ma se qualcuno prova a toccare uno dei suoi compagni fa la faccia da rottweiler. Sono mici fortunati questi.

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