La vita da gattara di Rita, da 50 anni al servizio dei gatti randagi
Elena Donà
«Neve, pioggia o vento, io
dai miei gatti non manco mai». Rita
Valpreda ha settantotto anni, nel quartiere la conoscono tutti. E’ la
gattara di via Arquata, dalle parti di corso Dante a Torino. Nell’immaginario
comune gattara non è una bella parola, sa un po’ di fattucchiera, di
solitudine. Forse perché bisogna essere un po’ matti per spendere gran parte
della propria pensione in scatolette di cibo e visite dal veterinario. Più
matti ancora per uscire tutti i giorni alla stessa ora e recuperare con
pazienza e cordini le vaschette incastrate nei punti più difficili da scovare,
quelli in cui i gatti possono mangiare indisturbati, al riparo da tutto.
Bisogna vuotarle, pulirle, riempirle di nuovo, cambiare l’acqua, controllare
che le casette non siano sporche, contare i gatti conosciuti, spiare i nuovi
arrivi, capire se stanno bene. Insomma, tutto quello che si fa con il proprio
gatto da salotto, solo che le colonie feline arrivano anche a sessanta
esemplari. La signora Rita lo fa da più di cinquant’anni, a proprie spese. Sarà
roba da matti, ma nel quartiere gli abitanti ringraziano, soprattutto quelli
con la coda. Lei li chiama per nome, conosce i loro gusti, sa dove trovarli.
Mentre camminiamo racconta la storia di tutti quelli che incontriamo: c’è il
Rossi, una specie di Romeo che non ha esattamente l’aria di uno che vive di
stenti. E infatti saltella baldanzoso dietro la signora Rita e si sente in
dovere di ripulire mezza vaschetta a ogni pit stop. C’è il Guercino, un
bellissimo micio nero con un occhio solo, Ninni, una gattona bianca a pelo
lungo, e tanti altri. I gatti randagi sono diffidenti per natura, ma sanno
riconoscere un’amica e la signora Rita la loro fiducia se l’è conquistata tutta
da sola. «Mi dica se non sono bene organizzata» chiede ridendo mentre si aiuta
con una specie di pinza gigante per recuperare le ciotole più scomode
attraverso una ringhiera. Non c’è verso di portarle la borsa né di aiutarla in
nessun modo, è un generale e fa di testa propria. Ha un porta-documenti zeppo
di fogli e permessi, ci tiene a essere in regola perché sa che così non può
scacciarla nessuno, ed è una sicurezza in più per i suoi gatti. Un’altra cosa
su cui non transige è la pulizia. «Un mucchio di gente pensa che le gattare
siano sporche. In certi casi sarà vero, ma io voglio che sia tutto in ordine.
Raccolgo tutto, pulisco le casette, tolgo la neve, le foglie secche. Non lascio
mai niente in giro». Ed è proprio così, il quartiere è pulitissimo. A dirla
tutta le uniche sporcizie che si trovano in giro sono di qualche cane con
padrone maleducato dall’altra parte del guinzaglio. Lei vorrebbe già chiamare i
vigili, organizzare ronde serali a caccia del furfante. E’ veramente
impossibile tenerla ferma. «Io sono fatta così, sono una che fa gli esposti».
Ha grinta da vendere, e oltretutto ha ragione, è questione di civiltà. Sembra
difficile credere che quel che fa per i gatti della colonia possa dar fastidio
a qualcuno, e invece non sono mancati avvelenamenti, vaschette di cibo fatte
ripulire ai cani per dare fastidio oppure rovesciate, acqua sporcata di
proposito. Per questo molte casette, costruite dalla signora Valpreda e dal
marito, ora sono protette da gabbiotti chiusi a chiave, con un passaggio
attraverso cui possono entrare soltanto i gatti. Per fortuna non manca chi può darle
una mano, ma il lavoro è tanto e la spesa non indifferente se si considera che
ogni giorno si consumano almeno otto scatole di cibo per gatti. Il Comune non
rimborsa nulla ai volontari, li affida ad associazioni di riferimento da cui
non ricevono sostegno economico ma assistenza veterinaria, per esempio per
quanto riguarda le sterilizzazioni. In caso di gravi malattie l’animale viene
preso in consegna dal canile comunale di riferimento, o da una clinica
convenzionata. In caso di recupero si provvede poi a reinserirlo nella colonia,
e se ha contratto malattie infettive o non è più autonomo rimane al gattile,
dove potrà esser dato in adozione. Nel corso del 2008 sono entrati in un
gattile più di settecento esemplari, dei quali circa duecentosessanta hanno trovato
una casa. Nonostante tutte le campagne di sensibilizzazione il problema
dell’abbandono è ancora forte. «Molte volte i genitori decidono di regalare un
gattino al proprio figlio, magari per Natale. Ma non è un regalo adatto a un
bambino, ci vuole responsabilità. Un gatto non è un giocattolo e se gli si tira
la coda, graffia. Il bambino piange e i genitori cominciano a pensare che sia
pericoloso, così se ne sbarazzano, lo buttano fuori casa». E spesso finisce
male, o va a gravare su un costo già troppo alto, sia per i volontari sia per
il Comune, che non riesce a far fronte al numero di randagi. Al momento si
contano milleduecentocinquanta colonie feline solo sul territorio torinese e i
gattari che se ne prendono cura sono circa ottocento, troppo pochi per un
lavoro così impegnativo. E gratuito. La casa della signora Rita è piena di
trovatelli: a qualcuno mancano i denti, a qualcuno la coda. Ci sono anche
quelli malati seriamente, ma l’aria è allegra. Fra di loro spicca Stella, una
cagnolina convinta di essere un gatto, che segue la sua padrona in tutti i suoi
giri. E’ alta come un puffo ma se qualcuno prova a toccare uno dei suoi
compagni fa la faccia da rottweiler. Sono mici fortunati questi.