Cesare Mangone: la mia Progetti è un'eccellenza torinese nel mondo
Roberto Ponte
Macché Mister X. Ci sorride
sopra Cesare Mangone, per 24 ore
indicato come il misterioso imprenditore pronto a gettare sul tavolo, anzi in
tasca a Urbano Cairo, un pacchetto
di qualche decina di milioni per rilevare il Toro. Lui ha subito smentito, e la
rivelazione di ieri ha tolto ogni dubbio. Eppure una piccola tentazione Mangone
l’ha avuta in passato, lui che il Toro ce l’ha nel sangue. A una cena fra
amici, quando si disse disponibile a entrare in una cordata per impossessarsi
della squadra granata. Nulla di più. Una piccola partecipazione. Non lo ha
infastidito questa notorietà improvvisa, anzi. Il Toro, chissà, un giorno. Oggi
però i suoi pensieri sono tutti per la sua azienda, la Progetti srl, che produce prodotti
elettromedicali. Un gioiellino, come dice lui, un’eccellenza italiana nel campo
dell’elettronica, l’unica azienda in Italia a produrre i defibrillatori
cardiaci (foto). Quegli apparecchi che salvano la vita. Alta tecnologia che esporta in
tutto il mondo. Quel mondo che va ben al di là dei confini che gli regala lo
sguardo ampio dal suo ufficio, al quinto piano di un palazzo in corso Savona, a
Moncalieri, dal Monviso alla collina torinese. Nata nel 1991, la Progetti ha una ventina
di dipendenti, quasi tutti giovani ingegneri, 5 milioni di euro di fatturato
l’anno, con aumenti impressionanti negli ultimi due anni: +34% nel 2007, +20%
nel 2008.
Numeri interessanti, quelli della sua azienda. E in un
momento difficile come questo.
Gli altri licenziano, io
voglio assumere ma faccio fatica. E’ difficile trovare ingegneri elettronici con
preparazione elettronica. Si trovano periti, anche qui con difficoltà. Torino è
tutta improntata sull’automotive, poi sull’ingegneria gestionale e informatica.
Come risolve questo problema?
Cerco anche altrove. Abbiamo
una giovane donna colombiana, molto brava. Ingegneri validi si trovano nei
paesi dell’est. Certe produzioni cerchiamo di delegarle. Quando ha chiuso il
centro ricerche Motorola, ho cercato fra quel personale, ma sono tutti
informatici.
Soltanto 20 dipendenti ed esporta in tutto il mondo.
Come fa?
Abbiamo venti dipendenti
interni ma alcune aziende dell’indotto lavorano per noi. In Cina abbiamo
allestito una piccola unità per la produzione di componentistica.
Cina vuol dire manodopera meno costosa. E’ il primo passo
per un trasloco di tutta l’azienda?
Non scherziamo, il cuore
rimane qui. I nostri segreti non li diano ai cinesi, già ci hanno copiato una
macchina.
Proprio sicuro che il Toro
non le interessa?
Un piccolo pensiero l’ho
fatto, lo ammetto, ma per partecipare a una cordata. Da solo no. In questo
momento i miei interessi sono tutti concentrati sull’azienda, come gli
investimenti. Mio figlio Ivan è entrato in azienda due anni fa, lui garantirà
la continuità. Altri pensieri oggi sarebbero una distrazione, li metto da
parte.
Che strategia ha in mente per la Progetti?
In Cina abbiamo messo un
piede ma dobbiamo espanderci, anzi dobbiamo invaderla. E’ un mercato
fantastico. Poi miriamo all’America latina e alla Russia, altre zone da
conquistare per noi.
Quindi la passione per il
Toro la mettiamo nel cassetto.
La passione no, quella
rimane. Mettiamo nel cassetto l’idea di entrare nella società. E’ una questione
economica ma non solo, richiederebbe molta attenzione. Sarebbe difficile far
combinare la passione dei tifosi con le necessità aziendali, difficile trovare
un giusto equilibrio. L’immagine del Toro non si sposa con l’alta tecnologia.
Che tipo di imprenditore ritiene di essere?
Mi ritengo un imprenditore
particolare, per me l’impresa è una missione. Reinvesto nell’azienda per
garantirle una continuità, non diventerò mai miliardario (in euro, ndr).
Come nasce il suo amore per i colori granata?
Sono figlio di genitori
immigrati dalla Calabria nel 1939, mio padre faceva l’operaio alla Lancia.
Famiglia proletaria, mentalità proletaria, e il Toro è una squadra proletaria.
Lei non è dunque Mister X, non è nemmeno vero che ha
ricevuto un’eredità milionaria?
Nessuna eredità, la mia
fortuna, o abilità, è aver capito che per salvare l’impresa bisogna essere
presenti nel mondo, guardare più in là dell’orto di casa. La nostra casa è il
mondo.
Chi sono i suoi rivali?
La Cina è entrata pesantemente in questo settore ma i
defibrillatori non li fanno, non hanno ancora la tecnologia. Per i cinesi è più
facile esportare ma in Oriente e medio Oriente rifiutano i prodotti cinesi,
preferiscono la qualità.
La Progetti sta
lavorando a qualche nuovo prodotto?
Abbiamo messo a punto un
defibrillatore semiautomatico, utilizzabile da chiunque dopo un semplice corso.
E’ portatile, si potrà tenere in uffici, fabbriche, grandi magazzini, anche
agli angoli delle strade, come già avviene in Giappone. Sarà pronto per il
mercato nel secondo semestre di quest’anno.
Come sta andando il mercato italiano?
E’ in calo, ma noi non ne
risentiamo perché abbiamo puntato sull’estero. Siamo una delle eccellenze
piemontesi, a volte mi chiamano per illustrare la nostra penetrazione in paesi
come India e Cina. Io lo dico sempre agli incontri di Cna e Camera di Commercio:
bisogna guardare avanti, entrare nei mercati mondiali.
Chi sono i vostri clienti?
Gli utilizzatori dei nostri
prodotti sono medici e ospedali, ma noi vendiamo ai grossisti, ai distributori.
Siamo piccoli ma nel mondo ci vedono grandi. Io ci tengo a portare la bandiera
italiana nel mondo, è appagante.
Com’è nata l’idea di questa sua società?
Lavoravo a Milano
nell’azienda che produceva il Geloso e il Gelosino, oltre ad apparecchiature
medicali. Mi sono licenziato e nel 1991 è nata la Progetti, all’inizio
costruivamo elettrocardiografi. Siamo nati piccolissimi e siamo cresciuti piano
piano, non abbiamo mai fatto né faremo mai il boom.
Non ha mai avuto la tentazione di trasferirsi a
Milano, come hanno fatto molte aziende torinesi?
No, al contrario. Noi siamo
nati a Milano e poi ci siamo trasferiti a Torino, dove resteremo perché il
nostro cuore è qui.
Che cosa riempie la sua vita, oltre l’azienda?
Ho tre passioni: una è il
Toro. Poi c’è l’Africa, con i suoi deserti, la savana, le sue genti. Appena
posso ci vado, ma non sono un turista Alpitour. Infine la navigazione a vela,
la più trascurata, per questioni di tempo.
Di lei cosa ci racconta?
Ho 60 anni, sono un chimico.
E sono massone: appartengo alla massoneria pulita, che esiste, prolifera, è
sana, anche se in Italia la massoneria è sempre stata vista da un’altra
angolazione. E’ un’associazione culturale che crede in certi principi, come la
libertà e il rispetto. E nella mia azienda c’è un codice etico che è
rispettato: qualità del lavoro, condizioni dei lavoratori.
Che clima si respira qui dentro?
La mia è un’azienda di
giovani che credono nel lavoro, che lavorano ascoltando la musica dei Pink
Floid e di Bruce Springsteen. Siamo un gruppo. La stessa passione che ho per il
Toro la vivo con l’azienda. Facciamo corpo, ci si può anche divertire a fare
impresa.
E’ vero, come ha scritto qualcuno, che lei assume
soltanto tifosi del Toro?
No, questo non è vero. Però
mi piace assumere giovani che non fumano, entusiasti, che fanno sport, che
conoscono l’inglese. Ai nostri dipendenti paghiamo corsi su marketing, qualità,
sicurezza in azienda. Voglio gente arrapata, un ambiente dinamico, si lavora
meglio. Il lavoro non deve pesare, se pesa il giovane cambia. Io credo nei
giovani, investo su di loro, anche come manager.
Che cosa ci dice di questa crisi? Come la state
affrontando voi?
Si sta pompando troppo, si
esagera ad accentuare e non fa bene. La crisi era già in atto da tempo, ora è
scoppiata. Il nostro settore è toccato solo in parte, troviamo sempre delle
nicchie di mercato in cui infilarci. La crisi finirà a metà 2010 ma non sarà
così pesante come si vuole far credere. Esageruma
nen.
Che cosa cambierà?
Una parte del sistema potrà
cambiare ma dalla crisi si esce muovendo le braccia, facendo. Serve però
sostegno al credito. Alcuni piccoli imprenditori rischiano di cadere e sarebbe
un peccato.
Quali imprenditori italiani le piacciono?
Della Valle, Tronchetti
Provera. Ammiro Marchionne per la velocità delle sue decisioni di fronte alla
modifica degli scenari. Sergio Chiamparino è un manager pubblico, mi piace per
la sua pacatezza, la sua piemontesità. E’ riuscito a reggere, a portare avanti
Torino.
Politicamente come si colloca, e che cosa pensa della
politica italiana?
Non sono un uomo di destra.
Manca una cultura nella politica italiana, si pensa soltanto ai voti da mettere
in borsa. I politici veri li conto sulle dita di una mano. Ma i nomi non li
dico.
Che immagine ha l’Italia nel mondo?
Non è vero che ci vedono come
il paese di spaghetti, pizza e mandolino, ma come paese di gente che lavora,
tecnologicamente preparata, di imprenditori che lavorano, dinamici, non che
stanno a prendere il sole. E questa immagine c’è ovunque, dalla Cina al
Portogallo all’America latina.
Come le è venuto in mente di andare a esplorare la Cina?
Stavo leggendo l’Impero di Cindia, di Rampini. Prima di
finirlo ho deciso: in una settimana aveva ottenuto il visto e comprato il
biglietto. Ho capito che ero già in ritardo, ma il vantaggio di un’azienda
piccola come la mia è anche questo, il dinamismo. Ci vuole cultura, coraggio e
decisione, bisogna aprire gli occhi, andare fuori, dove siamo visti bene. Non
siamo solo dei bugia nen.
Sul Toro ci ha messo una pietra sopra? Proprio sicuro?
Chissà, magari fra qualche
anno, se trovassi la gente giusta, potrei unirmi. Vedremo, lasciamo la porta
aperta.
Una squadra di calcio si può gestire come un’impresa,
fare business?