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MONCALIERI - 13/02/2009INTERVISTE

Cesare Mangone: la mia Progetti è un'eccellenza torinese nel mondo

Roberto Ponte

Macché Mister X. Ci sorride sopra Cesare Mangone, per 24 ore indicato come il misterioso imprenditore pronto a gettare sul tavolo, anzi in tasca a Urbano Cairo, un pacchetto di qualche decina di milioni per rilevare il Toro. Lui ha subito smentito, e la rivelazione di ieri ha tolto ogni dubbio. Eppure una piccola tentazione Mangone l’ha avuta in passato, lui che il Toro ce l’ha nel sangue. A una cena fra amici, quando si disse disponibile a entrare in una cordata per impossessarsi della squadra granata. Nulla di più. Una piccola partecipazione. Non lo ha infastidito questa notorietà improvvisa, anzi. Il Toro, chissà, un giorno. Oggi però i suoi pensieri sono tutti per la sua azienda, la Progetti srl, che produce prodotti elettromedicali. Un gioiellino, come dice lui, un’eccellenza italiana nel campo dell’elettronica, l’unica azienda in Italia a produrre i defibrillatori cardiaci (foto). Quegli apparecchi che salvano la vita. Alta tecnologia che esporta in tutto il mondo. Quel mondo che va ben al di là dei confini che gli regala lo sguardo ampio dal suo ufficio, al quinto piano di un palazzo in corso Savona, a Moncalieri, dal Monviso alla collina torinese. Nata nel 1991, la Progetti ha una ventina di dipendenti, quasi tutti giovani ingegneri, 5 milioni di euro di fatturato l’anno, con aumenti impressionanti negli ultimi due anni: +34% nel 2007, +20% nel 2008.

Numeri interessanti, quelli della sua azienda. E in un momento difficile come questo.
Gli altri licenziano, io voglio assumere ma faccio fatica. E’ difficile trovare ingegneri elettronici con preparazione elettronica. Si trovano periti, anche qui con difficoltà. Torino è tutta improntata sull’automotive, poi sull’ingegneria gestionale e informatica.

Come risolve questo problema?
Cerco anche altrove. Abbiamo una giovane donna colombiana, molto brava. Ingegneri validi si trovano nei paesi dell’est. Certe produzioni cerchiamo di delegarle. Quando ha chiuso il centro ricerche Motorola, ho cercato fra quel personale, ma sono tutti informatici.

Soltanto 20 dipendenti ed esporta in tutto il mondo. Come fa?
Abbiamo venti dipendenti interni ma alcune aziende dell’indotto lavorano per noi. In Cina abbiamo allestito una piccola unità per la produzione di componentistica.

Cina vuol dire manodopera meno costosa. E’ il primo passo per un trasloco di tutta l’azienda?
Non scherziamo, il cuore rimane qui. I nostri segreti non li diano ai cinesi, già ci hanno copiato una macchina.

Proprio sicuro che il Toro non le interessa?
Un piccolo pensiero l’ho fatto, lo ammetto, ma per partecipare a una cordata. Da solo no. In questo momento i miei interessi sono tutti concentrati sull’azienda, come gli investimenti. Mio figlio Ivan è entrato in azienda due anni fa, lui garantirà la continuità. Altri pensieri oggi sarebbero una distrazione, li metto da parte.

Che strategia ha in mente per la Progetti?
In Cina abbiamo messo un piede ma dobbiamo espanderci, anzi dobbiamo invaderla. E’ un mercato fantastico. Poi miriamo all’America latina e alla Russia, altre zone da conquistare per noi.

Quindi la passione per il Toro la mettiamo nel cassetto.
La passione no, quella rimane. Mettiamo nel cassetto l’idea di entrare nella società. E’ una questione economica ma non solo, richiederebbe molta attenzione. Sarebbe difficile far combinare la passione dei tifosi con le necessità aziendali, difficile trovare un giusto equilibrio. L’immagine del Toro non si sposa con l’alta tecnologia.

Che tipo di imprenditore ritiene di essere?
Mi ritengo un imprenditore particolare, per me l’impresa è una missione. Reinvesto nell’azienda per garantirle una continuità, non diventerò mai miliardario (in euro, ndr).

Come nasce il suo amore per i colori granata?
Sono figlio di genitori immigrati dalla Calabria nel 1939, mio padre faceva l’operaio alla Lancia. Famiglia proletaria, mentalità proletaria, e il Toro è una squadra proletaria.

Lei non è dunque Mister X, non è nemmeno vero che ha ricevuto un’eredità milionaria?
Nessuna eredità, la mia fortuna, o abilità, è aver capito che per salvare l’impresa bisogna essere presenti nel mondo, guardare più in là dell’orto di casa. La nostra casa è il mondo.

Chi sono i suoi rivali?
La Cina è entrata pesantemente in questo settore ma i defibrillatori non li fanno, non hanno ancora la tecnologia. Per i cinesi è più facile esportare ma in Oriente e medio Oriente rifiutano i prodotti cinesi, preferiscono la qualità.

La Progetti sta lavorando a qualche nuovo prodotto?
Abbiamo messo a punto un defibrillatore semiautomatico, utilizzabile da chiunque dopo un semplice corso. E’ portatile, si potrà tenere in uffici, fabbriche, grandi magazzini, anche agli angoli delle strade, come già avviene in Giappone. Sarà pronto per il mercato nel secondo semestre di quest’anno.

Come sta andando il mercato italiano?
E’ in calo, ma noi non ne risentiamo perché abbiamo puntato sull’estero. Siamo una delle eccellenze piemontesi, a volte mi chiamano per illustrare la nostra penetrazione in paesi come India e Cina. Io lo dico sempre agli incontri di Cna e Camera di Commercio: bisogna guardare avanti, entrare nei mercati mondiali.

Chi sono i vostri clienti?
Gli utilizzatori dei nostri prodotti sono medici e ospedali, ma noi vendiamo ai grossisti, ai distributori. Siamo piccoli ma nel mondo ci vedono grandi. Io ci tengo a portare la bandiera italiana nel mondo, è appagante.

Com’è nata l’idea di questa sua società?
Lavoravo a Milano nell’azienda che produceva il Geloso e il Gelosino, oltre ad apparecchiature medicali. Mi sono licenziato e nel 1991 è nata la Progetti, all’inizio costruivamo elettrocardiografi. Siamo nati piccolissimi e siamo cresciuti piano piano, non abbiamo mai fatto né faremo mai il boom.

Non ha mai avuto la tentazione di trasferirsi a Milano, come hanno fatto molte aziende torinesi?
No, al contrario. Noi siamo nati a Milano e poi ci siamo trasferiti a Torino, dove resteremo perché il nostro cuore è qui.

Che cosa riempie la sua vita, oltre l’azienda?
Ho tre passioni: una è il Toro. Poi c’è l’Africa, con i suoi deserti, la savana, le sue genti. Appena posso ci vado, ma non sono un turista Alpitour. Infine la navigazione a vela, la più trascurata, per questioni di tempo.

Di lei cosa ci racconta?
Ho 60 anni, sono un chimico. E sono massone: appartengo alla massoneria pulita, che esiste, prolifera, è sana, anche se in Italia la massoneria è sempre stata vista da un’altra angolazione. E’ un’associazione culturale che crede in certi principi, come la libertà e il rispetto. E nella mia azienda c’è un codice etico che è rispettato: qualità del lavoro, condizioni dei lavoratori.

Che clima si respira qui dentro?
La mia è un’azienda di giovani che credono nel lavoro, che lavorano ascoltando la musica dei Pink Floid e di Bruce Springsteen. Siamo un gruppo. La stessa passione che ho per il Toro la vivo con l’azienda. Facciamo corpo, ci si può anche divertire a fare impresa.

E’ vero, come ha scritto qualcuno, che lei assume soltanto tifosi del Toro?
No, questo non è vero. Però mi piace assumere giovani che non fumano, entusiasti, che fanno sport, che conoscono l’inglese. Ai nostri dipendenti paghiamo corsi su marketing, qualità, sicurezza in azienda. Voglio gente arrapata, un ambiente dinamico, si lavora meglio. Il lavoro non deve pesare, se pesa il giovane cambia. Io credo nei giovani, investo su di loro, anche come manager.

Che cosa ci dice di questa crisi? Come la state affrontando voi?
Si sta pompando troppo, si esagera ad accentuare e non fa bene. La crisi era già in atto da tempo, ora è scoppiata. Il nostro settore è toccato solo in parte, troviamo sempre delle nicchie di mercato in cui infilarci. La crisi finirà a metà 2010 ma non sarà così pesante come si vuole far credere. Esageruma nen.

Che cosa cambierà?
Una parte del sistema potrà cambiare ma dalla crisi si esce muovendo le braccia, facendo. Serve però sostegno al credito. Alcuni piccoli imprenditori rischiano di cadere e sarebbe un peccato.

Quali imprenditori italiani le piacciono?
Della Valle, Tronchetti Provera. Ammiro Marchionne per la velocità delle sue decisioni di fronte alla modifica degli scenari. Sergio Chiamparino è un manager pubblico, mi piace per la sua pacatezza, la sua piemontesità. E’ riuscito a reggere, a portare avanti Torino.

Politicamente come si colloca, e che cosa pensa della politica italiana?
Non sono un uomo di destra. Manca una cultura nella politica italiana, si pensa soltanto ai voti da mettere in borsa. I politici veri li conto sulle dita di una mano. Ma i nomi non li dico.

Che immagine ha l’Italia nel mondo?
Non è vero che ci vedono come il paese di spaghetti, pizza e mandolino, ma come paese di gente che lavora, tecnologicamente preparata, di imprenditori che lavorano, dinamici, non che stanno a prendere il sole. E questa immagine c’è ovunque, dalla Cina al Portogallo all’America latina.

Come le è venuto in mente di andare a esplorare la Cina?
Stavo leggendo l’Impero di Cindia, di Rampini. Prima di finirlo ho deciso: in una settimana aveva ottenuto il visto e comprato il biglietto. Ho capito che ero già in ritardo, ma il vantaggio di un’azienda piccola come la mia è anche questo, il dinamismo. Ci vuole cultura, coraggio e decisione, bisogna aprire gli occhi, andare fuori, dove siamo visti bene. Non siamo solo dei bugia nen.

Sul Toro ci ha messo una pietra sopra? Proprio sicuro?
Chissà, magari fra qualche anno, se trovassi la gente giusta, potrei unirmi. Vedremo, lasciamo la porta aperta.

Una squadra di calcio si può gestire come un’impresa, fare business?
Di Boniperti ce n’è solo uno.

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