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INTERVISTE - 03/08/2013INTERVISTE

INTERVISTA A PAOLO CONDO'

di Thomas Bertacchini

Paolo Condò, prima firma della “Gazzetta dello Sport”, esperto di calcio internazionale e giurato italiano per il Pallone d'Oro Fifa, ha accettato di essere sottoposto a qualche domanda sul mondo del pallone per “Pagina” .

Pochi giorni fa Antonio Conte si è mostrato più battagliero che mai rispondendo a tono ad una recente dichiarazione di Guardiola sulle reali possibilità economiche della sua Juventus, in maniera indiretta a Mazzarri (“Mette le mani avanti per coprire i fallimenti”) e ammonendo i suoi giocatori dal pericolo di avere la pancia piena dopo le ultime vittorie ottenute in Italia. Cosa pensi del metodo di comunicazione adottato dal tecnico bianconero?

Penso che vada bene in campo italiano, ma non in quello internazionale. So che l'intenzione di Guardiola era quella di affermare cose completamente diverse da quelle percepite da Conte, e che è rimasto molto stupito dalla sua reazione. Frasi del tipo “ognuno guardi a casa sua” non fanno parte di un galateo internazionale al quale penso che il tecnico bianconero, per bravura tecnica, debba aspirare. Sono cose da “parrocchietta” nostra. Questa immagino sarà la stagione nella quale sia lui che la sua Juventus potranno fare il salto di qualità in Champions League. Ecco, in questo senso direi che i modi per presentarsi al meglio in quella platea dovranno essere un pò diversi.

Lo scorso lunedì è stato stilato il calendario della prossima serie A. Proprio alla Juventus toccherà un avvio di campionato denso di scontri ostici, almeno sulla carta. Sei della stessa idea dei vari Conte, Mazzarri, Donadoni, Guidolin e Galliani per i quali non serve commentare l'operato del computer della Lega, “tanto prima o poi bisogna incontrare tutte le squadre”?

Questa è un'ovvietà che ritengo giusta. Però non va dimenticato che nel corso della passata stagione la Juventus aveva ucciso il campionato da subito, visto e considerato che era partita benissimo con la sola esclusione del passo falso compiuto contro l'Inter. Già a fine novembre era abbastanza chiaro a tutti quale sarebbe stata la squadra favorita per la vittoria dello scudetto. Quest'anno, sempre prendendo come esempio i bianconeri, potrebbe risultare loro difficile vincere tutti i primi incontri, così come è possibile che il gruppo in vetta alla classifica per un pò di giornate risulterà composto da tre o quattro squadre. Poi, però, esattamente come accade in una gara di atletica dei quattrocento metri alla lunga verranno fuori i veri valori. Alcune contendenti inizieranno a scontrarsi l'una con l'altra ed alla stessa Juventus capiteranno per cinque o sei settimane consecutivamente match contro le più deboli del lotto. In quel momento potrebbe capitarle l'occasione per fare uno scatto in avanti decisivo.

La regola del fuorigioco ha subito una nuova modifica. Non sarebbe stato forse più opportuno lasciarla così com'era e toccare quella che prevede per portieri o i difensori l'assegnazione di un rigore contro più espulsione per aver negato una chiara occasione da goal, oltre ad una squalifica per la partita successiva?

Per quanto riguarda la seconda cosa che hai detto sono sempre stato favorevole all'ammonizione e non all'espulsione per il portiere che tira giù l'avversario in una chiara occasione da goal. Più che altro per non rovinare la partita. Ho letto ieri qualche articolo sulla questione del fuorigioco: in generale sono dell'idea di togliere la discrezionalità agli arbitri, perché è l'unico modo per avvicinarsi ad un'uguaglianza di trattamento di tutte le squadre per tutti gli episodi. Mi sembra invece che questa variazione vada nel senso contrario, aggiungendo all'arbitro una discrezionalità che in Italia viene sempre vista con sospetto.

Robert Lewandowski ha recentemente espresso tutto il proprio malumore in merito al mancato trasferimento estivo verso il Bayern Monaco, affermando: “Non escludo che arrivi un momento in cui questa situazione mi condizioni, magari a livello inconscio. E, quindi, potrebbe anche succedere che inizi a giocare male”. Al di là del gioco delle parti e della presunta promessa di farlo partire non mantenuta dal Borussia Dortmund, non ritieni che con queste dichiarazioni l'attaccante abbia esagerato?

Sì, le ritengo molto sbagliate. Il grande calciatore internazionale ogni volta che scende in campo viene osservato non soltanto dai suoi tifosi del momento, ma anche dai potenziali sostenitori e manager (direttori sportivi e allenatori) del futuro. Quando io voglio andare a comprare un giocatore e lo vedo comportarsi male per venire da me mi dovrebbe venire automatico il pensiero che in un domani ipotetico questo potrebbe accadermi con lui, ovviamente a parti invertite. Non mai stato d'accordo con il luogo comune che “se un calciatore vuole andare via non c'è nessun mezzo per trattenerlo”. Preferisco quei comportamenti, che definirei “civili”, tenuti nel passato dal Parma con Thuram e dalla Fiorentina con Toni. Entrambe le società li trattennero contro la loro volontà per qualche anno in più rispetto al momento in cui avevano espresso il desiderio di andarsene, forti di un regolare contratto stipulato con la controparte al momento dell'acquisto. I club dovrebbero ribellarsi al potere ricattatorio messo in atto da alcuni tesserati.

A partire dalla prossima stagione dovrebbe entrare in vigore a tutti gli effetti il fair play finanziario fortemente voluto da Michel Platini. Alla luce di certi comportamenti sul mercato di società quali il Paris Saint-Germain e il Manchester City, è ancora lecito attendersi la sua effettiva applicazione? Qual è il tuo parere su questo tema?

Adesso vedremo se, una volta entrato a pieno regime il fair play finanziario, scatteranno davvero le eventuali penalizzazioni. In generale credo si tratti di un imbroglio. Se per aggirarlo basta gonfiare i conti delle sponsorizzazioni, come fanno Qatar Tourism Authority e Etihad Airways per le società che hai citato, diventa troppo facile. Da questo punto di vista sono un ammiratore del vecchio calcio, quello nel quale l'importante industriale, che si chiami Agnelli per la Juventus o Berlusconi per il Milan, mette i soldi per la sua grande passione e si toglie lo sfizio di essere presidente e proprietario della squadra di calcio per la quale tifa. Detto questo chiarisco che non chiudo gli occhi di fronte alla modernità, però il concetto che un club debba raggiungere il pareggio di bilancio mi sembra una sciocchezza. Per spiegarmi meglio prendo come spunto la tua Juventus...

Ossia...

Se la famiglia Agnelli ha il desiderio di spendere cento milioni di euro per la squadra del cuore e lo fa di tasca sua non ne vedo il problema, penso sia sempre la cosa migliore. Dentro il fair play finanziario credo ci sia anche qualcosa di subdolo, perché con quello viene cristallizzato il potere dei grandi club tradizionali, dal Manchester United al Real Madrid, sino ad arrivare al Barcellona. Ti faccio un altro esempio pratico: poniamo che io diventi miliardario e, visto che sono un sostenitore della Triestina, voglio farle vincere la Champions League. Al momento la vanno a vedere in quattro gatti, mentre in un futuro roseo potrebbero assistere alle sue partite una media di spettatori intorno alle venti o trentamila unità. Ecco, in quel caso vorrei essere libero di poter spendere liberamente i miei soldi, senza alcun condizionamento. Con il fair play finanziario i nuovi ricchi, come potrei essere diventato io, troverebbero difficoltà a sedersi al tavolo dei grandi club storici.

Dato che sei uno dei giurati del Pallone d'Oro, auspichi una modifica nei criteri di attribuzione di questo prestigioso premio oppure sei d'accordo con quelli attuali?

Una volta il Pallone d'Oro veniva attribuito da trentadue giornalisti dei paesi europei più competenti in materia calcistica. Poi la platea dei votanti è stata allargata, il premio si è sposato con quello attribuito dalla Fifa e sono entrati in gioco i commissari tecnici, i capitani e i giornalisti di tutti i paesi del mondo. E' ovvio che un italiano come me, un inglese, uno spagnolo ed un argentino ne sappiamo molto di più di un membro delle isole Vanuatu, però il nostro voto pesa esattamente alla stessa maniera. E' anche per questo motivo che vince sempre Messi: alle isole Vanuatu, cito nuovamente questo esempio nella speranza che mi invitino laggiù per smentirmi così mi faccio una bella vacanza (ride, ndr), arrivano gli spezzoni delle partite più belle, dove spopolano i goals dell'argentino. Questo è uno dei motivi per i quali nell'anno in cui Iniesta ha segnato la rete decisiva per vincere il mondiale spagnolo il premio è andato comunque all'argentino. Lo spirito del premio, che a me piaceva, era quello di premiare il giocatore che si era dimostrato il migliore e il più decisivo in quella stagione. Su questo, oltretutto, ho anche una mia teoria divertente, che ho espresso in più occasioni...

Quale, scusami?

Quella secondo la quale i giornalisti ne sanno molto di più dei commissari tecnici e dei capitani... (ride, ndr.). Noi non abbiamo l'obbligo di votare per i nostri giocatori o per i nostri c.t.. Ecco, in questo senso potrebbero introdurre una regola per la quale ogni avente diritto al voto sia obbligato a scegliere persone di un'altra nazione.

Nel corso della tua carriera c'è stato un momento talmente significativo per te da provare il desiderio di riviverlo una seconda volta?

Ce ne sono stati tanti, naturalmente, forse perché ritengo il mio mestiere il più bello del mondo ed in questo senso sono facilitato. Ho vissuto dal vivo momenti di grande impatto emotivo, anche se non ho avuto, purtroppo, la fortuna nel lungo periodo durante il quale ho seguito la nazionale di vederla conquistare un campionato del mondo. Mi sono fermato nel 2002 e quei disgraziati l'hanno vinto nel 2006... Scherzi a parte, il goal di Roberto Baggio all'ottantottesimo minuto della gara disputata nel mondiale americano contro la Nigeria (5 luglio 1994, ndr) mi diede una gioia incredibile. Lui stesso, per chiarire bene il valore specifico di quella rete, disse che ci “tirò tutti giù dall'aereo”. Un'altra partita che non dimenticherò mai è quella disputata dall'Italia nell'Europeo del 2000, il 29 giugno, quando sconfisse ai rigori l'Olanda. Sopravvivemmo ad una gara incredibile dove loro sbagliarono la bellezza di due penalty durante i tempi regolamentari. Nella lotteria finale dei calci di rigore dopo il nuovo errore di Frank de Boer ed il successivo sbaglio di Stam io ed un paio di giornalisti italiani ci alzammo in piedi dalle nostre postazioni di lavoro per urlare ai colleghi olandesi: “arrendetevi!!!” (ride, ndr). Pensa che durante l'incontro non eravamo mai usciti dalla nostra area... Nel mio caso, poi, aggiungerei un elemento che ritengo importante...

Quale sarebbe?

Mi considero un tifoso non competitivo. Come ho già avuto modo di spiegarti in precedenza tifo per la Triestina, per la squadra della mia città. Gioca in serie “Z”, e quindi mi riesce facile osservare gli avvenimenti con quel distacco che mi permette di essere il più possibile obiettivo e competente, libero da ogni concetto di antipatia o simpatia. In alcuni dei miei colleghi che hanno una passione nel cuore noto che quando vanno a vedere un'altra formazione la cosa li lascia indifferenti. Al loro posto non riesco a non sostenere emotivamente e liberamente tutti quei club italiani che disputano le competizioni europee. Questo, ovviamente, fino a quando la Triestina non tornerà in serie A. In quel momento non ce ne sarà più per nessuno...




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