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ROBERTO BECCANTINI - 06/01/2013INTERVISTE

"Vorrei vedere Andrea Agnelli in politica"

Roberto Beccantini, giornalista sportivo, ha risposto per «Pagina» ad alcune domande inerenti sia la Juventus sia il calcio in generale.

Il tuo amore per la Juventus è legato alla passione per Omar Sivori, iniziata nel 1957 dopo un'amichevole precampionato disputata a Bologna, la tua città, tra rossoblù e bianconeri. La Vecchia Signora perse 6-1 ma tuo padre, che assistette alla partita, ti raccontò di essere rimasto favorevolmente colpito dal fuoriclasse argentino. Quali emozioni hai provato la prima volta che lo incontrasti dal vivo?

L'emozione di trovarmi di fronte a un genio, a un calciatore diverso, per il gioco e per il look: chioma selvaggia, calzettoni giù, quel sinistro affilato come un bisturi. Menato, menava: e spesso, per paura o per calcolo, cominciava lui. Un "granfigliodi", Omar. Allora, da ragazzo, non è che avessi molti termini di paragone. Negli anni Cinquanta la televisione italiana era appena nata, quindi dovevo navigare a vista: di più, "a carta" (di giornale). Quella che provai fu l'emozione di aver scoperto, in ambito sportivo e calcistico, un alieno di fronte al quale anche i tifosi delle altre squadre provavano un sentimento che andava oltre il rispetto e il dispetto.

In quel momento avevi i calzini abbassati?

No, no, in quel momento no. Scherzo. Li abbassavo soltanto da ragazzino, sul campetto di San Cristoforo, la mia parrocchia, il mio oratorio. Giocavo in quella maniera per moda, per la proprietà transitiva del sivorismo, calzettoni alle caviglie e numero dieci stampato sulla schiena. E come Omar, naturalmente, mancino.

Potendo scegliere tra le decine di Juventus che hai ammirato dal vivo, a quale formazione bianconera sei rimasto maggiormente affezionato?

Sono rimasto affezionato a tutte le grandi Juventus che ho conosciuto e frequentato. Nato il 20 dicembre 1950, tanto per cominciare, ho perso la grande Signora del quinquennio, Edoardo Agnelli presidente, Renato Cesarini, "Mumo" Orsi e via discorrendo. La prima che ricordo con affetto è quella del trio Boniperti, Charles, Sivori: ha accompagnato la rinascita dell'Italia. Stiamo parlando degli anni del "boom" economico, nei quali la Juventus vinse tre scudetti in quattro stagioni nel periodo compreso tra il 1957 ed il 1961. Era una squadra assolutamente e rigorosamente bianconera, per via della televisione che all'epoca faceva vedere ancora poco calcio. Pensa che poteva permettersi il lusso, senza essere investita di contumelie, di collegarsi con lo stadio "Santiago Bernabéu" soltanto per il secondo tempo di Real Madrid-Juventus, quarto di finale della Coppa dei Campioni 1961/62. La Juve aveva perso all'andata per 1-0 a causa di un gol realizzato da Di Stefano in un pomeriggio, e sottolineo pomeriggio, nel quale l'inviato di «France Football» aveva consegnato il Pallone d'Oro a Omar Sivori di fronte a un Umberto Agnelli in cappotto, infreddolito e sognante. Ecco, poteva permettersi un lusso per il quale oggi l'avremmo "massacrata". Collegandosi all'inizio della ripresa, ci perdemmo la diretta della rete dello stesso Sivori, che ci consentì di andare allo spareggio, poi perso, di Parigi.

Quella, quindi, è stata la prima delle Juventus alle quali è legato un pezzo del tuo cuore. La seconda?

Direi la Juventus con la quale ho cominciato il mio lavoro a "Tuttosport". I primi anni nei quali arrivai a Torino li dedicai al basket, per passare successivamente al calcio. Quindi parlo delle formazioni di Parola prima e Trapattoni poi. Guidata dal Trap la Vecchia Signora prese parte al braccio di ferro entusiasmante con il Torino nel campionato dei record del 1976/77, in una gara ai punti vinta di misura dai bianconeri per 51 a 50. In quella stagione arrivò pure la vittoria in Coppa Uefa, unico trofeo internazionale alzato da una squadra italiana composta di soli italiani. Era una formazione senza regista, senza "un" Pirlo. Disponeva di un centrocampo che sembrava un muro, composto da Tardelli, Furino, Benetti con l'estro di Franco Causio parcheggiato in corsia, preferibilmente a destra. Senza dimenticare, poi, la classe chirurgica di Bettega, numero nove o numero dieci a seconda delle esigenze. Con meno fisico, un po' come l'Ibrahimovic di oggi.

Ci sono altre Juventus, oltre a queste?

La Juventus di Platini, Boniek, Paolo Rossi e dei sei campioni del mondo in Spagna: se avesse vinto ad Atene, avrebbe allargato e allungato il ciclo internazionale. Se non la più forte, di sicuro la più bella. Dall’era Platini all’epoca di Marcello Lippi e della Triade. La Juventus di Zinedine Zidane e poi di Pavel Nedved, con Alessandro Del Piero filo d’Arianna. Poi, con l’asterisco dovuto a Calciopoli, la Juventus di Fabio Capello: non ricordo una coppia d’attacco meglio assortita del tandem Ibrahimovic-Trezeguet. Come riserva, avevano un "certo" Del Piero, fai un po’ tu... Spero di poter incollare all’album anche quella di Antonio Conte, protagonista del primo scudetto dopo Calciopoli. Tranne Buffon e Pirlo, non ha fuoriclasse in grado di competere con le rose precedenti, ma nonostante ciò è riuscito a darle un gioco di stampo europeo. Più orchestra che solisti. Giù il cappello.

Sfogliando l'album dei ricordi c'è una partita giocata dalla Vecchia Signora che vorresti rivivere dal primo minuto per raccontarla nuovamente ai tuoi lettori?

Queste domande, solitamente, le definisco "pallottole a bruciapelo". Su due piedi è difficile rispondere in maniera esaustiva. Sfugge sempre qualcosa, sempre qualcuno. Fammi pensare... La partita che vorrei rigiocare per un motivo opposto, immagino, allo spirito della tua domanda, è la finale di Atene. Il 25 maggio cadrà il trentesimo anniversario: 1983-2013. La cito per lo sviluppo incredibile che ebbe: la Juventus più forte, la Juventus più bella, imbattuta in Coppa dei Campioni sino a quel momento, contro l’Amburgo che accettava il pronostico sfavorevole. Trap aveva fiutato il pericolo. Il popolo juventino si sentiva già campione. I tedeschi, viceversa, non muoiono mai. Lo ribadirono quella sera. Gran parte del merito lo attribuisco ad Ernst Happel, che incartò tatticamente Trapattoni. Ad Atene, i panzer amburghesi furono gli indiani, i Sioux; la Juventus, viceversa, i soldati del generale Custer che, invece di stanarli, si fecero circondare e caddero in trappola. Mi sorprese la consecutio degli eventi: colpo di testa di Bettega dopo sette minuti, grande parata di Stein e poi il buio. Il buio totale. Solo Magath. Solo Amburgo.

Te ne viene in mente qualcun'altra?

Mi viene in mente la vittoria di San Siro contro il Milan del Sacchi-bis, 6-1 nel 1997, partita durante la quale Franco Baresi capì che sarebbe stato meglio, probabilmente, farla finita; e difatti, a fine stagione, si ritirò. Ricordo con piacere anche il successo per 3-2 contro la Fiorentina, in rimonta da 0-2, con il gol più straordinario di tutta la collezione Del Piero. Poi, l’impresa di Birmingham, nel 1983, contro i campioni in carica dell'Aston Villa. E poi le due finali intercontinentali, quella decisa da Platini ai rigori, contro l’Argentinos Juniors, e l’altra risolta da Del Piero contro il River Plate. Chiudo, per ora, con il 3-0 al Chelsea.

Che idea ti sei fatto di Andrea Agnelli? Nel suo modo di gestire la società bianconera noti qualche analogia col padre Umberto?

Guarda, dal mio punto di vista più che con il padre vedo molte analogie con colui che il padre impose: Antonio Giraudo. Se posso fare un altro esempio allora cito Giampiero Boniperti, pure lui presidente operativo. Non siamo di fronte a un dirigente "messo lì" per ricoprire una carica formale, ancorché suggestiva, come in epoche diverse toccò all'avvocato Vittorio Chiusano, a Franzo Grande Stevens e Giovanni Cobolli Gigli. Siamo di fronte a un ruolo esecutivo, non esecutore. La gestione del caso Del Piero, in questo senso, è stata illuminante: polso fermo, taglio netto. E rimorsi, zero. A essere sinceri, di Andrea mi stupì il silenzio nel 2006, all’alba di Calciopoli, quando si limitò a un giro di campo con la Triade nel pomeriggio di Juventus-Palermo. Improvvisamente, dopo tutto quello che si era scritto sulle faide familiari degli Agnelli, me lo ritrovo presidente "sotto" John Elkann. Andrea è un giraudiano che parla alla pancia dei tifosi e di Abete. Deve gestire le scorie velenose e sommarie delle sentenze di Calciopoli, ha ricostruito la Juventus, ha sacrificato le due stelle paterne ai trenta (scudetti) sul campo (sbagliando, secondo me), ha fatto causa alla Figc: non è antipatico per caso, è antipatico per scelta. Ha 37 anni, uno in meno di Del Piero: mi piacerebbe che, in futuro, si parlasse di lui come di un dirigente capace di governare la "res publica" e non solo la "res privata". In attesa di limare i difetti, ha un vantaggio: la mediocrità della concorrenza».

Nel tuo libro "Juve ti amo lo stesso" hai scritto che la "Juventus non mi ha cambiato la vita. Me l'ha riempita". Quanto è difficile essere obiettivi nel tuo mestiere di giornalista quando il cuore ti spinge nella direzione contraria?

E' difficile, molto difficile. Innanzitutto va detto che la realtà giornalistica è stata profondamente modificata dalla rivoluzione tecnologica: prima le televisioni, poi internet, quindi i telefonini e chissà cosa ci serba quel diavolo di futuro. Prima di questo scenario il garante del lettore era l'inviato, una sorta di "polpastrello della realtà". Adesso invece bisogna far fronte alle migliaia di inviati, con e senza virgolette, che seduti davanti a uno schermo o a un pc o a un tablet possono vedere la partita. Tornando alla tua domanda, essere obiettivi è molto difficile. Nel mio piccolo ho cercato di essere sincero così come ha insegnato Alberto Cavallari nella sua opera "La fabbrica del presente". La consiglio ai giovani che sognano di diventare giornalisti. L'importante è essere credibili attraverso la sincerità e la competenza. Senza dimenticare che l’ultima e decisiva parola tocca al lettore.

Nell'opera appena citata hai scritto: "Il calcio che lascio alle nuove generazioni è conciato peggio, molto peggio di quello che ho ereditato dalla vecchia". C'è un paese straniero da prendere come esempio nel tentativo di migliorare la nostra cultura sportiva?

Il paese al quale mi rifaccio sempre non è abitato da eroi o santi, ma è quello che ha inventato il calcio, vale a dire la Gran Bretagna. Tanto per riassumere: in Italia l'arbitro fa parte dei giochi, in Inghilterra fa parte del gioco. Prendendo spunto dalle due grandi tragedie nelle quali furono protagonisti, all’Heysel nel 1985 e a Hillsborough, Sheffield, nel 1989 (incluse le novità emerse negli ultimi tempi), hanno ripulito gli stadi e creato un nuovo modo di vivere il calcio. Penso al comportamento del Liverpool nel caso di Luis Suarez, reo di aver rivolto insulti razzisti a Patrice Evra del Manchester United e, per questo, squalificato per otto turni: bene, il club di Anfield rinunziò all’appello. In Italia sarebbe successo il finimondo. Citando un esempio di strettissima attualità, la partita sospesa tra Pro Patria e Milan offre un segnale forte. Speriamo sia forte davvero: in un Paese normale, se ti ritiri in un'amichevole dovresti poi ritirarti, a maggior ragione, anche a livello ufficiale. Ecco perché nutro molti dubbi.

Qualche mese fa il "Guerin Sportivo" ha pubblicato un tuo editoriale in cui hai affrontato l'argomento della squadra più forte della storia. Citando l'esempio dell'attuale Barcellona hai affermato come per valutare nel complesso la grandezza di una formazione bisogna aspettare che esca dalla cronaca per entrare nella storia. Esclusi i catalani, a tuo modo di vedere qual è stato l'undici più forte di tutti i tempi?

In attesa di poter fissare il Barcellona nella scala gerarchica assoluta, l'undici più forte è stato il Real Madrid. E' vero che si trattava di un altro calcio e che per arrivare in finale bastavano pochissime partite, a differenza di quanto capitò - ad esempio - al Milan nel 2003, quando in totale ne giocò la bellezza di diciannove (in pratica un girone di andata di un campionato a venti squadre). Però... su Alfredo Di Stefano posso solo ricordare che, a distanza di un secolo, si parla ancora di "giocare alla Di Stefano"; Francisco Gento, ala sinistra, è stato il "nonno" di Cristiano Ronaldo; Ferenc Puskás ha preparato la pappa a tutti i Maradona e i Messi del pianeta. Quella macchina era talmente forte da oscurare il nome dell'allenatore. Oltretutto in cinque anni ne ha avuti ben tre: José Villalonga, Luis Carniglia e Miguel Muñoz. Nella memoria ho ancora impressa la vittoria di Glasgow contro l'Eintracht Francoforte del 1960: 7-3, con quaterna dell'ungherese Puskás e tripletta di Di Stefano. Il Real come giocatori. Come gioco, viceversa, l'Ajax del calcio totale. Anni Settanta. L’Ajax e l’Olanda di Rinus Michels e Johan Cruijff.

In diverse occasioni hai avuto modo di affrontare il tema della regola del fuorigioco e delle continue modifiche alle quali è stata sottoposta nel corso del tempo. Enzo Bearzot, che avrebbe voluto eliminarla, era dell'idea di limitarla alle sole aree di rigore. Sei d'accordo con lui?

Il fuorigioco è stato modificato troppe volte nel corso del tempo, a partire soprattutto dagli anni Trenta. Affrontando questo argomento mi è capitato di usare persino il termine "stuprato", volutamente forte, per mettere in evidenza - e alla berlina - le deroghe, le eccezioni, le picconate allo spirito della regola. Per Joseph Blatter, presidente della Fifa, più gol ci sono più ci sarà spettacolo. Di qui, la deriva liberista e liberticida, off-side compreso. Ovviamente, come avrai capito, non sono d’accordo. Nello stesso tempo, credo che il calcio senza fuorigioco sarebbe un altro sport. Di limitarlo nelle sole aree di rigore se n'è parlato spesso, non fu soltanto Enzo Bearzot a gettare il sasso. Perché no, visto che si è provato di tutto: proviamo pure quello. La strada da percorrere, però, penso che sia quella di tornare allo spirito del fuorigioco senza cavalcarne gli eccessi contrari: o troppo repressivi, come in passato, o troppo permissivi, come nel terzo millennio.

All'epoca in cui eri giurato del Pallone d’oro di «France Football» ti è mai capitato di assistere alla conquista di quel trofeo da parte di un giocatore che non avresti mai votato, oppure che non avresti mai immaginato come vincitore?

Il problema principale del Pallone d'Oro è sempre stato l'escluso, mai l'intruso. Sino al 1995 non si potevano votare i giocatori extra-europei: nel 1986, tanto per fare un esempio, avrebbe stravinto Diego Armando Maradona. Non nascondo che il successo di Matthias Sammer nel 1996 abbia fatto discutere, così come è dura accettare che campioni del calibro di Paolo Maldini, Franco Baresi, Gaetano Scirea o Marco Tardelli non l'abbiano mai vinto. E’ il sale di tutti i premi.

C'è un collega in particolare, da scegliere anche tra quelli che oggi non sono più tra di noi, con il quale avresti piacere di conversare liberamente di calcio per più di novanta minuti?

Citavo prima il trentennale della finale di Atene: il 2013 sarà anche il ventennale della scomparsa di Vladimiro Caminiti. Ecco, mi piacerebbe conversare con Vladimiro. Un giornalista che secondo me ha avuto meno di quanto meritasse. Nella scia di Gianni Brera, è stato uno dei pochi capaci di "fondare" un linguaggio. Ci lasciò il 5 settembre 1993. Siculo fino al midollo. Grande, indimenticabile Camin.

Thomas Bertacchini


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