| Attenti al cane - 23/04/2012 | pagina del dog-blog |
Non si uccide per una bella idea
Con quattro zampe e la coda è un po’ complicato andare al
cinema. Devi entrare a luci spente, quando il film è già cominciato, perché
sennò c’è sempre qualcuno che urla “Ma quello è un cane!”. Finisce che riesci a vedere dall’inizio solo i film con Gabriel Garko, perché nessuno pensa che
stiano parlando di te. Anche arrivare tardi, però, è un po’ fastidioso: un
terranova che conosco ha passato due ore a chiedersi che problemi avesse The Punisher, perché si era perso il
primo quarto d’ora. A dirla tutta io il film l’ho visto dall’inizio in dvd, e
non ho smesso di chiedermelo nemmeno per un attimo, ma questo è un altro
discorso. Comunque. Ieri sera il bipede è uscito e mi ha lasciato a fare la
guardia. Che di solito vuol dire che posso uscire a farmi un whiskey col gatto,
tornare a casa, far vomitare il gatto in un ciuffo di ortensie, metterlo a
nanna nell’altro ciuffo di ortensie (è molto importante rispettare la procedura
e ricordarsi di cambiare ciuffo), e fare le feste al bipede quando torna senza
essere scoperto. Questa volta però ho pensato che era l’occasione giusta per
tentare un infiltramento-cinema, visto che ci sono stato una volta sola. Il
gatto si è offerto di andare a prendere lui i biglietti. Gli avevo chiesto
qualcosa di divertente. E’ tornato con Romanzo
di una strage. “Pensavo che queste cose ti facessero ridere” mi ha detto. Bam,
dieci anni di analista assicurati. Comunque ci siamo andati lo stesso. La volta
in cui ero già stato al cinema ero andato a vedere The Artist. Quello dove c’è il cane Uggie. Non volevo più andare via. Per convincermi il bipede mi
aveva detto che il cane Uggie c’è in tutti i film, quindi l’avrei rivisto
presto. Allora ieri sera ho rotto le scatole al gatto ogni due minuti chiedendogli
quando entrava in scena Uggie. Alla fine lui si è spazientito e mi ha detto di
piantarla, che il cane Uggie con Piazza Fontana non c’entra niente. E mi sa che
è l’unico, da quanto ho capito. Io di questa storia della bomba non sapevo molto,
perché alla scuola per cani perdono un sacco di mesi a insegnarti
terra-cuccia-seduto, e si arriva alla fine dell’anno che per le cose importanti
non c’è mai tempo. Però so che ha fatto
arrabbiare un mucchio di gente. Adriano
Sofri ci ha scritto un pamphlet. Mario
Calabresi ha protestato perché nel film non si parla molto della campagna di
Lotta Continua contro suo padre, e dice che così non si capisce perché gli sparino
(francamente, non mi sarebbe venuto in mente che sparargli fosse una buona idea
nemmeno con l’aiuto di Lotta Continua, ma se lo dice lui…). Ezio Mauro ha detto che si può
romanzare sulla fine di Maria Antonietta ma non su questa strage. Credo che Maria
Antonietta l’avrebbe mandato volentieri a farsi en tour à la toilette, ma nella vita è sempre questione di punti di
vista. E poi c’è un mucchio di gente che dice che si sa benissimo che non è
andata così la storia. Che magari è anche vero. Però mi chiedo: se su 60
milioni di italiani ora sembra che ce ne siano almeno 58 che hanno sempre
saputo perfettamente chi è stato il mandante di cosa, perché in 43 anni nessuno
è finito in gattabuia? Mah. Va a finire che è come la storia di Bin Laden, che evidentemente quella
notte in Pakistan c’era una festa e io sono l’unico cretino che non è stato
invitato e non sa bene che fine abbia fatto il cadavere (sempre che sia un
cadavere, che quello lì è capace che ce lo ritroviamo in giro sul vespino per i
colli bolognesi). Io non lo so cos’è successo davvero nel 1969, però ho capito
una cosa: che in quegli anni c’erano dei bipedi con la testa molto marcia e quelli
sono una causa persa. Peccato che non si esauriscano mai. Ne escono sempre di
nuovi, sempre più accessoriati e sempre più inutili, come le versioni di Office.
E poi c’erano altri bipedi che avevano in testa delle idee molto belle. Solo
che non credo esistano idee così belle per cui valga la pena far fuori
qualcuno. Nemmeno quando si ha ragione. Forse questo film è pieno di errori.
Però proviamo a fare un esperimento: chiediamo a un bipede qualunque con meno
di 30 anni chi erano Franco Freda e Giovanni Ventura. Ecco. E allora io
penso: purché se ne parli... La frase più bella del film però la dice Licia Pinelli: “Io non ho paura della
verità”. Avercelo il suo coraggio. Perché se questa storia delle stragi di
stato è vera, e lo stato è ancora in giro, a me vengono un po’ i brividi. Ma
alla fine cosa ne so io, sono solo un cane. Gatto, la prossima volta andiamo a
vedere Biancaneve.

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